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Dopo la FaceApp challenge, la nuova sfida estiva che è esplosa sui social si chiama #numberneighbor. È nata negli Stati Uniti, dove negli ultimi giorni moltissime persone si sono messe in contatto con il proprio vicino di numero. Nello specifico, si cambia l’ultima cifra del proprio cellulare sostituendola in un caso con l’unità superiore e nell’altro con quella inferiore. Una volta aggiunto il nuovo contatto telefonico si passa alla fase successiva, scrivendo all’ignaro utente tramite WhatsApp: le conseguenze sono del tutto inaspettate.

 

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Entrare nel profilo Facebook di mogli o ex fidanzate, che abbiano spontaneamente comunicato le proprie credenziali di accesso, è comunque un reato se questo avviene contro la loro volontà. La Cassazione con le  sentenze n. 2942/2019 e n. 2905/2019 ha toccato un punto nevralgico dell'accesso abusivo a sistema informatico, reato a tutela della libertà individuale previsto dall'art.615 ter del Codice penale.

 

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Ci risiamo. Dopo il datagate più vasto di sempre che ha travolto Facebook, un altro social network è finito nel mirino dell’authority per la privacy. Stavolta tocca alla piattaforma prediletta dai professionisti. LinkedIn ha violato le regole di protezione dei dati personali utilizzando gli indirizzi mail di 18 milioni di utenti non iscritti per inviare loro suggerimenti mirati su Facebook.

 

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Privacy International, l'ente londinese che si batte per una maggiore privacy degli utenti, ha scoperto che molte applicazioni per cellulari, che usano il sistema operativo Android, inviano i dati personali a Facebook senza il permesso degli utenti. Non un fatto da poco.

 

A poco più di una settimana dall’attacco hacker che ha colpito Facebook e messo a rischio almeno 50 milioni di profili, i dati frutto di quel bottino sono già in vendita sul dark web e a prezzi bassi. A fare la scoperta il sito The Independent, che ha notato nei mercati sotterranei del web – una parte di Internet accessibile solo con determinati software – annunci che offrono agli acquirenti i dati personali degli utenti di Facebook per un minimo di 3 dollari.

 

Un vero e proprio attacco hacker, che ha coinvolto centinaia, se non migliaia, di account Instagram. Gli utenti, infatti, si sono ritrovati all'improvviso disconnessi e non sono riusciti ad accedere di nuovo. Poteva sembrare un malfunzionamento dei server del social network, ma gli sviluppatori hanno precisato che tutto funziona regolarmente e quindi gli account interessati sono stati violati.

 

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Chi inserisce il pulsante «mi piace» di Facebook sul suo sito Internet è contitolare del trattamento con l'azienda di Mark Zuckerberg. Anche se la raccolta dei dati di chi si collega al sito e la comunicazione a Facebook potrebbe essere fatta senza necessità di consenso ad hoc. Inoltre, le associazioni dei consumatori possono proporre una causa per violazioni della privacy. Queste le conclusioni dell'avvocato generale presso la Corte di Giustizia dell'Unione europea, nella causa C-40/17: ora tocca alla Corte pronunciarsi nel merito.

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Ad anni di distanza il caso Cambridge Analytica torna a far tremare Facebook. Il colosso di Mark Zuckeberg è stato citato in giudizio dal Governo australiano per la violazioni delle legge nazionali legate alla privacy, con una richiesta di risarcimento che potrebbe arrivare fino a 529 miliardi di dollari.

 

Ha suscitato scalpore il caso di Cambridge Analytica, come se non sapessimo che Facebook non è proprio il miglior amico della nostra privacy. Assorbiti dai suoi aspetti ludici a suon di condivisioni e “like”, avevamo forse dimenticato che se un’azienda fattura 40 miliardi di dollari l’anno fornendo servizi gratuiti ai propri utenti, c'è la concreta possibilità che il reale prodotto siamo noi con le informazioni personali che ci riguardano.

 

Mark Zuckerberg si compra intere pagine di giornale per scusarsi e rassicurare gli utenti di Facebook. Chi si è commosso per il beau geste, freni le lacrime e pensi che le vistose e costose inserzioni pubblicitarie sono state pagate con i soldi guadagnati mettendo a frutto le informazioni che abbiamo direttamente o indirettamente riversato su quel social network.

 

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Umberto Rapetto: più tutelati con Gdpr ma non bisogna abbassare la guardia

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