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Privacy International, organizzazione non profit con sede nel Regno Unito, ha scoperto che alcune app utilizzate per monitorare il ciclo mestruale, nonché i sintomi correlati, gli sbalzi di umore, e anche informazioni relative ad attività sessuali e periodi di maggiore fertilità, inviano i dati sensibili di milioni di donne che le utilizzano direttamente a Facebook.

Non resta impunito chi molesta e offende su Facebook. Per tali condotte, infatti, il rischio è la condanna per il reato di stalking. Lo ha chiarito la quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 45141/2019, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione per il reato di atti persecutori nei confronti di un uomo che reiteratamente aveva offeso, molestato e minacciato una donna, i suoi familiari e persone a lei vicine, attraverso post pubblici su Facebook.

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Caricare foto sui profili social senza consenso espone a rischio di sanzioni privacy. È quanto desumibile da una sentenza olandese, i cui principi valgono in Italia e in tutti i paesi dell'Ue in cui si applica il Regolamento sulla protezione dei dati n. 2016/679 (Gdpr). La pronuncia della corte olandese di Gederland del 13 maggio 2020, resa nel giudizio C/05/368427, accogliendo il ricorso della mamma di un minore di 16 anni, ha ordinato a una nonna di rimuovere le foto di quest'ultimo da Facebook e da Pinterest, fissando una penale giornaliera (50 euro fino a un massimo di mille) in caso di ritardo nella cancellazione.

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Sabato, 25 Luglio 2020 11:21

Cos'è il 'ghosting'?

Ghosting è un termine usato per descrivere la pratica di interrompere tutte le comunicazioni e i contatti con un partner, un amico o un conoscente senza alcun preavviso o apparente giustificazione e successivamente ignorare qualsiasi tentativo di ricontattare o comunicare fatto dal ex-partner, amico o conoscente. Nei casi più estremi, la persona viene cancellata o bloccata da tutti i social media.

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Non c'era nessun professionista dietro le violazioni degli account delle più importanti personalità attive sul social: secondo le autorità americane la mente è quella di un ragazzo di 17 anni della Florida. Noto sul web con lo psudonimo “Kirk”, un adolescente di nome Graham Ivan Clark è stato arrestato venerdì 31 luglio con l’accusa di essere la “mente” che ha concertato il maxi attacco a Twitter dove sono stati violati decine di account di personaggi del calibro di Elon Musk, Bill Gates, Apple, e dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

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Questa volta i guai per Facebook arrivano dall’emisfero australe e riguardano sempre il trattamento dei dati degli utenti del popolare social. L’accusa stavolta, però, è tanto pesante quanto inquietante. Secondo gli attivisti australiani di Reset (un’associazione mondiale di contrasto delle minacce digitali alla democrazia), la creatura di Mark Zuckerberg sembrerebbe adottare politiche scorrette in tema di trattamento dei dati, arrivando addirittura a usare le informazioni di navigazione degli adolescenti non solo all’interno del recinto della famosa piattaforma, ma anche al di fuori di essa, con grave pregiudizio per i fanciulli.

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La denuncia arriva dal sito specializzato thenextweb.com. «Facebook utilizza a vostra insaputa la fotocamera dell'iPhone». Ecco nel dettaglio il bug scoperto da alcuni utenti americani. Uno di loro, Joshua Maddux, ha postato su Twitter il video di quello che sembra effettivamente un bug pericoloso per la privacy delle persone che utilizzano l'app di Facebook.

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Non basta il consenso di un solo genitore per autorizzare la pubblicazione online delle foto dei figli minorenni. Questo vale anche se marito e moglie sono separati e se i figli sono in regime di affido condiviso. Ma se mamma o papà assistono all’evento che poi finisce postato sui social non possono ottenere il risarcimento del danno: perché, essendo presenti, avrebbero potuto intervenire per tutelare i figli.

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I dati di milioni di account Instagram, per lo più appartenenti a influencer e celebrità, sono finiti online su un database senza alcuna protezione. A darne notizia è il sito Techcrunch, che scrive di un server, ospitato Amazon Web Services, trovato in rete senza alcuna password, dunque accessibile a chiunque.

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L'app per videochat Zoom condivide i dati con Facebook anche se non abbiamo un profilo. L'accusa arriva dal magazine Motherboard che ha analizzato il comportamento dell'applicazione. Sconosciuta ai più fino a qualche tempo fa, Zoom ha visto crescere la propria popolarità in corrispondenza con lo scoppio del Coronavirus. La spasmodica ricerca di mezzi per comunicare con i colleghi o con i propri cari l'ha fatta emergere tra le migliori videochat disponibili, più veloce, affidabile e facile da usare di tante concorrenti. Adesso però ecco la stangata.

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