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Agli utenti in cerca di privacy non piace più il pulsante di Facebook per accedere ad altri siti web

Se fino a qualche anno fa poteva piacere l’idea di usare il pulsante ideato da Facebook per accedere ad altri siti web tramite il proprio profilo social, a quanto pare adesso gli utenti non si fidano più ciecamente della piattaforma di Mark Zuckerberg come in passato, e piuttosto che usare quella scorciatoia preferiscono registrarsi creando un nuovo account sul sito in cui devono fare acquisti online, motivo per cui ci sono sempre più grandi aziende che vendono su Internet che decidono di rimuovere tale opzione dai loro siti, a partire dalla statunitense Dell, che è tra le più importanti multinazionali a livello globale nella produzione di personal computer con un fatturato annuo da 26 miliardi di dollari.

Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy

(Nella foto: Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy)

Ad evidenziare questa nuova tendenza è un rapporto diffuso dalla rete televisiva americana CNBC, che per cercare di comprendere tale fenomeno ha intervistato Jen Felch, Chief Digital and Information Officer di Dell, la quale ha spiegato che ovviamente non si tratta di una presa di posizione contro Facebook, ma più semplicemente che “le persone hanno smesso di utilizzare gli accessi tramite social per motivi che includono preoccupazioni sulla sicurezza e sulla privacy, perché i tempi sono cambiati”, e in sostanza gli utenti adesso ci pensano bene prima di condividere i loro dati personali.

E la Dell non è la sola ad abbandonare il pulsantino di Facebook, perché analoghe decisioni sono state già prese da altri grandi brand come ad esempio la Nike, la casa automobilistica Ford Motor, l’azienda di abbigliamento Patagonia, la Match Group Inc, società con sede in Texas che possiede i più noti servizi di incontri online tra cui Tinder, Meetic, OkCupid, nonchè l’omonima Match.com, e alla luce delle mutate attitudini degli utenti l’elenco è destinato sicuramente ad allungarsi.

Sul calo di fiducia degli utenti pesa sicuramente l’effetto mediatico e il conseguente danno reputazionale causato dalle numerose sanzioni e class action che hanno colpito Facebook negli ultimi anni arrivando a gravare per oltre 6 miliardi di dollari sui bilanci della Meta Platforms Inc, come si chiama da gennaio di quest’anno la società di cui Zuckerberg è fondatore e Ceo. Ma a incidere è anche la crescente consapevolezza che hanno ormai acquisito gli utenti quando utilizzano i social network ed altri servizi che sono gratuiti solo in termini di denaro, perché hanno imparato che il vero corrispettivo viene pagato con i dati personali che essi stessi forniscono al momento dell’iscrizione, e perciò la crescente diffidenza spinge le persone a interessarsi maggiormente per cercare di capire se c’è e dove sta un eventuale trabocchetto ogni volta che viene proposta loro qualsiasi cosa online che non costa niente.

Va in disuso il pulsante di Facebook per accedere ad altri siti web

Ad esempio, riguardo al famigerato pulsante di accesso tramite Facebook, se chi lo ha utilizzato per accedere ad altri siti web potrebbe pensare che si tratti di una funzione di login “one-shot” che non lascia poi alcuno strascico, in realtà basta andare a curiosare nelle impostazioni del proprio profilo social (nello specifico “Impostazioni dell’account”/“Protezione e accesso”/“App e siti web”) per scoprire un elenco di tutte le app con cui da allora in poi Facebook ha continuato a condividere i dati personali, e in certi casi la lista può essere molto più lunga di quanto si potrebbe immaginare e con condivisioni di dati relative ad accessi ad altri siti effettuati anche mesi o anni addietro di cui non si ha più neanche memoria.

Di fronte a questo cambio di tendenza da parte dei molti utenti che ora iniziano a cercare di proteggere la loro privacy online, le aziende che si trovano a dover assumere una decisione non solo prendono atto che certe funzioni social non sono più nelle simpatie delle persone, ma devono anche mettere in conto i costi per l’implementazione e la manutenzione di tali funzioni e quelli della compliance alle nuove normative in materia di protezione dei dati personali (come il GDPR che tutela i cittadini dell’UE), ed anche la giurisprudenza che responsabilizza sempre più le aziende che incorporano le funzioni social nei loro siti web, come ad esempio nel caso della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella causa C-40/17, con la quale ha sancito il principio che il gestore di un sito Internet corredato del pulsante «Mi piace» di Facebook può essere ritenuto congiuntamente responsabile con lo stesso Facebook della raccolta e della trasmissione dei dati personali dei visitatori del proprio sito.

di Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy (Nòva Il Sole 24 Ore)

Note Autore

Nicola Bernardi Nicola Bernardi

Presidente di Federprivacy. Consulente del Lavoro. Consulente in materia di protezione dati personali e Privacy Officer certificato TÜV Italia, Of Counsel Ict Legal Consulting, Lead Auditor ISO/IEC 27001:2013 per i Sistemi di Gestione per la Sicurezza delle Informazioni. Twitter: @Nicola_Bernardi

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