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Se fino a qualche anno fa poteva piacere l’idea di usare il pulsante ideato da Facebook per accedere ad altri siti web tramite il proprio profilo social, a quanto pare adesso gli utenti non si fidano più ciecamente della piattaforma di Mark Zuckerberg come in passato, e piuttosto che usare quella scorciatoia preferiscono registrarsi creando un nuovo account sul sito in cui devono fare acquisti online, motivo per cui ci sono sempre più grandi aziende che vendono su Internet che decidono di rimuovere tale opzione dai loro siti, a partire dalla statunitense Dell, che è tra le più importanti multinazionali a livello globale nella produzione di personal computer con un fatturato annuo da 26 miliardi di dollari.

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Una popolazione informata e preoccupata. Questa è la fotografia che emerge sul sentiment degli italiani in materia di privacy e di trattamento dei dati personali e soprattutto sensibili, condivisi negli anni 2020 e 2021, quando a causa dell’emergenza pandemica, c’è stata la grande diffusione dello smart working. A rivelarlo è la ricerca di OpenText, azienda che si occupa di soluzioni e software di enterprise information management, condotta da 3Gem a marzo 2022 su un campione di 27.000 consumatori distribuiti tra Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Spagna, Francia, Australia, Canada, Singapore, India, Brasile e Giappone.

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Circa due terzi degli internauti italiani non si fidano della gestione dei loro dati personali da parte dei social network e dei motori di ricerca, eppure la metà tende a non leggere le informazioni fornite sulla privacy. I dati, che arrivano ad alcuni mesi di distanza dallo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, emergono da un rapporto di Agi-Censis presentato stamani alla Camera in occasione dell'Internet Day.

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Secondo l’ultimo rapporto rilasciato da OpSec sul barometro delle abitudini di consumo che ha coinvolto 2.600 utenti nel mondo, nel 2020 il 64% dei clienti che hanno subìto una violazione dei propri dati personali affermano di aver perso la fiducia nel brand da cui avevano comprato, e nel 28% dei casi non vogliono più fare acquisti da quell’azienda, mentre il 55% dei consumatori intervistati sono convinti che le società di e-commerce non stanno facendo abbastanza per proteggere i dati personali dei clienti. Secondo l’osservatorio di Federprivacy, una delle principali cause della crescente diffidenza nei confronti del mercato digitale è la scarsa trasparenza di siti web ed app, che spesso ricorrono a vari espedienti e ai cosiddetti “dark pattern” per indurre gli utenti a rinunciare alla loro privacy.

Dati contrastanti quelli emersi dal Norton LifeLock Report: sebbene il 59% degli italiani sia più preoccupato che mai in merito alla propria privacy, oltre la metà dei nostri connazionali è disposta ad accettare alcuni rischi per la privacy o a vendere e regalare alle aziende alcune informazioni personali.

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Il 76% dei consumatori non comprerebbe prodotti o servizi da un’azienda che non ispirasse fiducia circa il rispetto della loro privacy e l’81% si dice convinto che il modo in cui un’azienda è trasparente in relazione al trattamento dei dati personali è sintomatico del rispetto che ha per i consumatori. Sono alcuni dei risultati della quarta edizione della CISCO customer privacy survey appena pubblicati.

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Sul web gli utenti si imbattono in numerosi trabocchetti e strattagemmi studiati per persuadere gli utenti a rinunciare alla protezione dei loro dati personali. Oltre mezzora per leggere le complesse informative dei colossi di internet. Tra i subdoli escamotage anche slogan ingannevoli che fanno leva proprio sulla privacy e veri e propri percorsi ad ostacoli per cercare di cancellare i propri dati. Bernardi: “Utenti trattati più come polli da spennare che come potenziali clienti da fidelizzare, a rischio la fiducia sul mercato digitale”. Circolare di Federprivacy sulla trasparenza con il Gdpr.

In venticinque anni la privacy ha fatto un passo intero indietro e uno mezzo avanti. Il livello di chiarezza e di adeguatezza delle norme è insufficiente. La difficoltà delle imprese ad adeguarsi è la conseguenza diretta di disposizioni incapaci di esprimere regole certe e prescrizioni comprensibili. A cascata abbiamo la ineffettività della legge e lo scadimento di tutela effettiva della riservatezza (sì, ha ancora un senso usare questa parola). La fiducia degli interessati è diminuita più di quanto sia aumentata la loro consapevolezza (in genere antidoto alla sfiducia). La trasparenza dei trattamenti è opacizzata da surplus (a volte doloso) di informazioni, è facilmente eludibile e non tocca il cuore dei problemi (utilizzo arbitrario dei dati).

Presentato ieri il “Decalogo per una gestione etica dei dati personali nella società digitale”, a cui ha aderito anche Federprivacy. Alla presentazione ufficiale, avvenuta durante il primo “Forum Nazionale dei DPO” organizzato da Anorc, è intervenuto anche Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy.

Il 39% dei più importanti siti italiani non usa protocolli sicuri per trattare dati e sono a rischio hacker. Su trecento siti esaminati in uno studio, ben 252 non forniscono recapiti del DPO o altre informazioni per l'esercizio dei diritti degli utenti. Bernardi: "Scarsa trasparenza penalizza non solo i diritti degli interessati ma anche le stesse aziende nel mercato digitale". Violati noti siti italiani, la circolare dei Federprivacy sui data breach. Avanzano realtà come Ferrero e Qwant che puntano su privacy e sicurezza online. La fiducia degli utenti al centro del dibattito al 7° Privacy Day.

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Caffè Privacy: il consenso

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