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Oltre il 70% dei dipendenti utilizza WhatsApp per condividere dati sensibili e informazioni critiche dell'azienda
Il 75% dei dipendenti utilizza WhatsApp o altre app di messaggistica istantanea e software di videoconferenza online come Teams e Zoom per condividere dati sensibili, e il 71% di essi ammette di usare queste applicazioni per inviare informazioni critiche riguardanti l’azienda per cui lavora. Per questo, quasi un terzo (30%) degli impiegati è stato già ammonito dai propri responsabili dopo aver inviato tali dati confidenziali tramite canali non consentiti dalle procedure interne.
Ora i dipendenti preferiscono WhatsApp alla mail: dati aziendali fuori controllo
Oltre il 70% degli impiegati utilizza app di messaggistica per condividere dati sensibili e informazioni critiche dell'azienda, e il 52% di professionisti e manager d’impresa fotografa documenti di lavoro riservati e li spedisce tramite WhatsApp, ma uno su quattro di essi (24%) sbaglia destinatario. Rapetto: “Si consegnano inconsapevolmente le chiavi dell’ufficio e in particolare quelle dei cassetti più riservati”. Bernardi:” Molte aziende hanno perso il controllo dei propri dati personali a causa delle app”. Decalogo di Federprivacy per aiutare le imprese a disciplinare l’uso di servizi aziendali di chat e messaggistica elettronica in conformità al Gdpr.
Ormai su WhatsApp la privacy sembra quasi un miraggio: i dati delle nostre conversazioni possono finire in mano all’FBI
Chi era preoccupato per la propria riservatezza usando WhatsApp adesso ha la conferma che la nota app di messaggistica non è proprio lo strumento migliore per scambiare informazioni confidenziali. A dimostrarlo è un documento interno dell’FBI che è stato reso pubblico da Property of the People, associazione che si batte per la trasparenza e i diritti dei cittadini negli Stati Uniti.
Quando 'pettegolare' online costituisce illecito o reato
A tutti capita sovente di inoltrare qualche messaggio di testo, audio o video ricevuto tramite WhatsApp o altri social. C’è forse da preoccuparsi temendo di compiere un illecito o, addirittura, un reato? Sino a pochi anni fa, si temeva che una cosa riferita da una persona venisse poi divulgata ad altri da parte del pettegolo o della pettegola di turno. Oggi forse non è più così, perché quello che temiamo maggiormente è che un giudizio, una battuta, un messaggio audio o video o chissà cos’altro che abbiamo postato online venga poi “inoltrata” ad altri, magari divenendo di dominio pubblico.
Quando l’uso improprio di WhatsApp può costare caro
WhatsApp va maneggiato con cura perché può essere fonte di illeciti penali e civili, facendo scattare perfino l’addebito nella separazione fra i coniugi. Ampio il catalogo delle condotte a rischio reato: dalla diffamazione nella chat allo stalking, passando per l’accesso abusivo per chi spia il partner fino al revenge porn e ai reati sessuali su minori.
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Quando procedure e linee guida sono disallineate dalle prassi reali aumentano i rischi organizzativi e privacy
Il GDPR ha trasformato la protezione dei dati personali in una disciplina di governo dei processi informativi, come emerge dalla logica combinata degli artt. 5, 24, 25 e 32 del Regolamento UE. Tuttavia, accountability, privacy by design e misure organizzative adeguate non richiedono soltanto procedure formalmente corrette, ma assetti concretamente capaci di governare i flussi informativi reali.
Rischi e pericoli di una società tecnologicamente sempre più giovane ma non scevra da antichi mali
“Ignorantia iuris non excusat”, solevano dire i nostri antenati, attraverso una locuzione che nel corso degli anni ha assunto molteplici sfaccettature. È vero, la presunzione che il cittadino, latamente inteso, conosca la legge applicabile è una necessità prima che una verità. Ci sono, tuttavia, circostanze in cui l’inconsapevolezza/superficialità/furbizia regna, con la correlata possibilità di celarsi dietro un cavillo per evitare il peggio. Ed è ancora e proprio il frequente uso dei social network a condurre ad una nuova, parallela e straziante verità: l’alzarsi dell’asticella della liceità di ciò che con essi viene compiuto.
Romania, sanzionata la Raiffeisen Bank per violazione del Gdpr
Il Garante per la privacy rumeno (Autoritatea Naţională de Supraveghere a Prelucrării Datelor cu Caracter Personal) ha sanzionato la Raiffeisen Bank e la piattaforma di credito online "Vreau Credit" per un importo totale di 170.000 euro, di cui 150.000 euro a carico di Raiffeisen, per una serie di violazioni della riservatezza dei dati.
Sarà il Tribunale dell'UE a decidere sulla multa di 225 milioni di euro a Whatsapp per violazioni della privacy
La Corte di Giustizia dell'Ue ha rinviato al Tribunale Ue la causa relativa alla violazione delle norme sulla privacy da parte di WhatsApp, valse alla società di messaggistica sanzioni per un totale di 225 milioni di euro.
Scaturita dal meccanismo di cooperazione e coerenza la maxi sanzione a WhatsApp da 225 milioni di euro
L’Autorità Garante dell’Irlanda (Data Protection Commission -DPC-) ha annunciato ai primi di Settembre la conclusione di un'indagine sull’applicazione del Regolamento UE 679/2016 (GDPR) nei confronti di WhatsApp Ireland Ltd. L'indagine del DPC è iniziata il 10 dicembre 2018 ha esaminato come WhatsApp utilizzi i dati degli utenti alla luce degli obblighi di trasparenza imposti dalla disciplina privacy.
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Tavola rotonda su privacy e intelligenza artificiale nel mondo del lavoro
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