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Visualizza articoli per tag: intelligenza artificiale

Dicembre, stagione di tredicesime e scontrini lunghi, vede la macchina dei consumi natalizi accelerare a pieno regime. Tra le corsie dei supermercati e le vetrine online, quest’anno emerge un ospite speciale, non si vede ma si percepisce ovunque: l’intelligenza artificiale generativa.

Quasi nessuno vuole che i propri dati vengano utilizzati per addestrare l’intelligenza artificiale di Meta, che però invece di chiedere il consenso agli utenti, ha deciso unilateralmente di tirare dritto procedendo ad allenare gli algoritmi dei suoi sistemi di AI con i dati personali sostenendo di avere un “legittimo interesse” ai sensi dell’articolo 6, par. 1, lettera f), del GDPR.

Il Garante della privacy ha inviato un avvertimento a una start-up italiana che ha sviluppato un componente aggiuntivo (plug-in) per le piattaforme di messaggistica aziendale Slack e Teams, finalizzato a rilevare, tramite intelligenza artificiale e analisi semantica delle chat, il livello di stress psicologico dei lavoratori.

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La decisione del Garante per la protezione dei dati personali di avviare un’istruttoria nei confronti di OpenAI, la società che gestisce, tra gli altri servizi, ChatGPT e di ordinarle uno stop temporaneo dei trattamenti dei dati personali e la conseguente decisione della società americana di rendere temporaneamente inaccessibile il servizio dall’Italia hanno acceso un vivace dibattito sui social. Da una parte ci sono coloro che, per la verità meno numerosi, plaudono all’iniziativa e dall’altra quelli che la criticano, talvolta anche senza mezze misure, accusando il Garante di condannare l’Italia a rinunciare a uno dei più gettonati e, forse, utili ritrovati del progresso tecnologico e, così facendo, in qualche modo, a restare fuori dalle rotte del futuro.

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La “South African Artificial Intelligence Association” (SAAIA) ha presentato un reclamo formale all'Information Regulator accusando Linkedin di violare le leggi sulla privacy sudafricane utilizzando i dati degli utenti per addestrare i suoi modelli di AI senza il consenso esplicito.

Oltre alle opportunità dell'Intelligenza Artificiale, crescono anche le preoccupazioni per le conseguenze negative che possono derivarne da un uso sconsiderato. L’etica, potrebbe essere la soluzione, ma le Big Tech non hanno dato il buon esempio. La spinta potrebbe però partire dal basso, ovvero dai Data Protection Officer, che sono chiamati a sorvegliare per far rispettare le regole del GDPR.

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Il 13 aprile nella riunione dello European Data Protection Board (EDBP) tenutasi a Bruxelles le Autorità garanti della UE, nell’ambito della discussione sui provvedimenti adottati dalla Autorità italiana rispetto alla Chat GPT, ai quali già  hanno fatto seguito azioni specifiche assunte sullo stesso tema dalle Autorità garanti dei principali Paesi UE, hanno deciso di istituire una task force “per promuovere la cooperazione e lo scambio di informazioni su eventuali azioni di applicazione condotte alle Autorità di protezione dei dati”.

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L’AI sta trasformando radicalmente il mondo del lavoro, aprendo scenari inediti e criticità di carattere giuridico che l’AI Act cerca di rendere governabili contrastandone i rischi di usi distopici, bias, erosione dei diritti dei lavoratori, e invasione della loro sfera privata. Ne hanno parlato esperti della materia e rappresentanti delle istituzioni durante la tavola rotonda svoltasi martedì 21 ottobre 2025 a Roma.

Con un provvedimento notificato il 20 gennaio 2024, il Garante per la protezione dei dati personali ha multato il comune di Trento per la violazione della riservatezza personale dei cittadini nell’ambito della sperimentazione dei progetti ”Marvel” e “Protector”, sanzione che dovrà essere pagata entro il termine di 30 giorni, cancellando i dati trattati in violazione di legge. 

Secondo il Garante per la protezione dei dati personali, l’impiego di tecnologie basate sull’Intelligenza Artificiale per "annebbiare" i volti rilevati dalle telecamere urbane non garantisce una reale anonimizzazione. Anche i video sottoposti a processi di oscuramento facciale devono comunque essere considerati come dati personali, con tutte le implicazioni in termini di tutela della privacy.

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