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Almeno 345 dollari di rimborso per utente: tanto è la somma pattuita per chiudere la class action avviata negli Usa a seguito delle accuse contro Facebook relative alla conservazione di dati biometrici per una funzione di tagging delle foto basata sul riconoscimento facciale senza preavviso o consenso, funzione poi disabilitata dalla società di Mark Zuckerberg nel 2019.

Facebook rischia una multa miliardaria negli Usa per lo scandalo di Cambridge Analytica con la quale avrebbe condiviso i dati di 87 milioni di utenti e per altri casi di violazione della privacy.

Facebook è sotto inchiesta penale negli Stati Uniti per gli accordi sulla cessione dei dati degli utenti ad alcune tra le più importanti società tecnologiche, compresi due produttori di smartphone e altri device. Lo scrive il New York Times, segnalando che grazie a queste intese strette con Facebook, i due produttori di telefonini avrebbero avuto accesso alle informazioni personali di milioni di utenti del social media.

Una nuova grana per Facebook sul fronte della privacy. Stavolta il gruppo di Mark Zuckerberg dovrà affrontare l’indagine disposta la settimana scorsa dal governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo sul presunto accesso della piattaforma a dati sensibili contenuti nelle mobile app presenti sui telefoni degli iscritti. L’input è arrivato da un servizio del Wall Street Journal, secondo il quale, per l’appunto, un test condotto sul social network dimostrerebbe che Facebook raccoglie informazioni personali da altre applicazioni anche quando non in uso e persino in assenza di un account attivo.

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Cosa faresti se ti dessero venti dollari al mese in cambio del controllo del tuo smartphone? Venti dollari per poter tener traccia delle app che usi e quante volte le apri, di cosa cerchi sul web, di quante volte illumini il display per vedere anche solo l’ora. Venti dollari per poter effettuare uno screenshot dello schermo, per memorizzare la cronologia degli ordini su Amazon. Venti miserabili dollari per vendere la tua privacy senza compromessi.

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Al dipendente di un ufficio postale è costato la sanzione disciplinare della sospensione dal lavoro senza retribuzione lo sfogo sui social network con cui ha rivelato dati sanitari dei quali è vietata la diffusione non autorizzata in base al Regolamento Ue 2016/679, Gdpr. Il Tribunale di Rovigo, con la sentenza 85 del 20 aprile 2021, ha confermato la legittimità della sanzione, solo rideterminata in due giorni al posto dei cinque disposti dall’azienda.

Per più di 10 anni tutti i Big Tech hanno avviato l’attività di lobbying sui Governi per evitare norme stringenti con la scusa di assicurare a Internet, e quindi agli stessi giganti del web, la massima libertà di espansione, di azione e di iniziativa economica. In questo modo gli Stati e le Autorità regolatorie hanno continuato ad applicare, principalmente, offline le norme che tutelano il mercato, la concorrenza e le comunicazioni.

"Per essere chiari, risolvere i problemi" legati alla sicurezza, alle interferenze nelle elezioni ed alla privacy "non è una sfida che durerà un anno. In alcuni casi, come le interferenze nelle elezioni o gli incitamenti all’odio, questi problemi non potranno mai essere risolti pienamente". In un lungo post di fine anno, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ripercorre l’anno appena concluso, universalmente riconosciuto come il più difficile per il colosso statunitense dopo l’esplosione dello scandalo Cambridge Analytica, promettendo un maggiore impegno per il futuro:

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Adnkronos, più tutele per i dati con il Gdpr

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