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Secondo l’ultimo rapporto rilasciato da OpSec sul barometro delle abitudini di consumo che ha coinvolto 2.600 utenti nel mondo, nel 2020 il 64% dei clienti che hanno subìto una violazione dei propri dati personali affermano di aver perso la fiducia nel brand da cui avevano comprato, e nel 28% dei casi non vogliono più fare acquisti da quell’azienda, mentre il 55% dei consumatori intervistati sono convinti che le società di e-commerce non stanno facendo abbastanza per proteggere i dati personali dei clienti. Secondo l’osservatorio di Federprivacy, una delle principali cause della crescente diffidenza nei confronti del mercato digitale è la scarsa trasparenza di siti web ed app, che spesso ricorrono a vari espedienti e ai cosiddetti “dark pattern” per indurre gli utenti a rinunciare alla loro privacy.

L’Istituto Italiano per la Privacy ha creato una innovativa “Data Protection & Ethics Advising Unit - DPEAU”, composta da specialisti provenienti da primari studi legali italiani legati all’IIP, con rilevante esperienza in materia di protezione dei dati, etica, cybersecurity e privacy nei progetti di ricerca e innovazione europei e nazionali.

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Parlando di protezione dei dati personali si usa spesso la parola “sistema”. Altrettanto frequentemente si afferma che l’etica “fa parte” del sistema della protezione dei dati personali. Non sempre però è chiaro il modo in cui questi due concetti dialogano tra loro.

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In venticinque anni la privacy ha fatto un passo intero indietro e uno mezzo avanti. Il livello di chiarezza e di adeguatezza delle norme è insufficiente. La difficoltà delle imprese ad adeguarsi è la conseguenza diretta di disposizioni incapaci di esprimere regole certe e prescrizioni comprensibili. A cascata abbiamo la ineffettività della legge e lo scadimento di tutela effettiva della riservatezza (sì, ha ancora un senso usare questa parola). La fiducia degli interessati è diminuita più di quanto sia aumentata la loro consapevolezza (in genere antidoto alla sfiducia). La trasparenza dei trattamenti è opacizzata da surplus (a volte doloso) di informazioni, è facilmente eludibile e non tocca il cuore dei problemi (utilizzo arbitrario dei dati).

Una delle novità più rilevanti, ma al tempo stesso più sfuggenti ed ineffabili, del GDPR è l’introduzione del principio di privacy by design (PbD, o protezione dei dati sin dalla progettazione, secondo la traduzione italiana riportata in Gazzetta Ufficiale), di cui all’art. 25 del noto Regolamento Europeo n. 679/2016. Nell’ambito del complesso dibattito in materia di privacy, la PbD – la cui maternità è tecnicamente e storicamente attribuita ad Ann Cavoukian, studiosa e fino al 2014 Garante privacy dello Stato canadese dell’Ontario – ha fatto emergere posizioni contrastanti.

Gli Stati Uniti e il resto del mondo devono seguire la guida dell'Europa sul tema della privacy» ha detto Tim Cook, ceo della Apple nel corso della International Conference of Data Protection and Privacy Commissioners 2018, a Bruxelles. «Alla Apple non smettiamo di cercare di produrre nuove tecnologie sperando di migliorare il mondo. Ma sappiamo che le tecnologie non possono migliorare il mondo se non cerchiamo di rispondere alla domanda: “In che tipo di mondo vogliamo vivere?”».

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Il presidente di Federprivacy a Report Rai 3

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