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Si chiama Giggle, l’app tutta al femminile che promette di mettere in collegamento, in maniera sicura, donne con donne che condividano gli stessi interessi, che vogliano fare lo stesso viaggio o semplicemente condividere, al riparo da rischi al maschile, un passaggio per il lavoro. Buona l’intenzione, utile l’idea, indovinata la campagna di marketing. C’è, però, un “ma”.

Gli ultimi casi sono stati quelli dell’attrice Jade Pinkett, che si è mostrata ai suoi followers con la testa rasata facendo “coming out” del problema di alopecia che la affliggeva, e del rapper Fedez che ha condiviso sui social, prima la scoperta della sua malattia, poi la foto postoperatoria con la cicatrice all’addome. Ma gli esempi sono innumerevoli: dal cancro alla gola di Michael Douglas, alla psoriasi di Kim Kardashian, dalla fibromialgia di Lady Gaga alla mastectomia preventiva di Angelina Jolie. Il tema è scivoloso, tocca corde delicate, che hanno a che fare con la nostra identità più profonda, valori, credenze, codici comportamentali profondamente diversi.

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Apparentemente è una cosa semplice: chi non vuole ricevere chiamate telefoniche da qualcuno che cerca di vendergli qualcosa, iscrive il suo numero di telefono nell’apposito Registro pubblico delle opposizioni (Rpo) e così si mette al riparo dagli scocciatori. Di fatto le cose sono un po’ più complesse, tanto è vero che una legge (la n. 5 del 2018) approvata più di quattro anni fa diventerà operativa, forse, nel luglio 2022.

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Sono passati più di sei mesi da quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato il Covid-19 come pandemia. Da allora, il nostro modo di vivere e di lavorare è sicuramente stato trasformato. E uno dei settori che sicuramente ha avvertito di più questo cambiamento è stato quello della Cyber Security. Un cambiamento forzato dalla distribuzione forzata dei lavoratori in remoto. 

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Come abbiamo detto più volte anche nelle pubblicazioni di Federprivacy, l’Unione Europea è impegnata ormai da anni in una sfida a tutto campo per conquistare la sovranità digitale e competere a livello globale con gli ecosistemi USA e Cina. È ovvio però che in questo quadro la figura del DPO, pur senza che il GDPR sia modificato, è destinata a cambiare.

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Il 23 febbraio la Commissione Europea ha presentato il Data Act, la proposta di un regolamento europeo che consenta a cittadini ed imprese di esercitare maggior controllo su tutti quei dati, personali e non, che generiamo ogni giorno. Si tratta di un altro tassello nella strategia digitale europea presentata da Bruxelles nel 2020.

Durante il periodo più acuto della pandemia e ancora in questi giorni si è sviluppato nel nostro Paese e nel mondo un ampio e acceso dibattito sulla possibilità di utilizzare nelle fasi post-lockdown delle app di tracciamento cioè sistemi di rete che possono identificare i contatti con possibili portatori del virus. Al di là delle problematiche giuridiche relative alla procedura di attuazione le questioni più spinose attengono al merito e si ricollegano al grande tema della tutela della privacy.

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Mercoledì, 25 Settembre 2019 13:50

È imparziale un Giudice “amico” su Facebook?

Il Giudice deve essere imparziale, equidistante tra le parti. È un principio universale del giusto processo declinato in maniera diversa in tutti gli ordinamenti dei Paesi democratici. E, naturalmente, se il Giudice chiamato a decidere una causa è amico di una delle parti tale imparzialità va a farsi benedire o, almeno, l’apparenza è che tale imparzialità vada a farsi benedire e tanto basta per minare alla radice la credibilità del giudice e con esso del giudizio.

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L'Europa vuole essere leader nella rivoluzione dell'intelligenza artificiale (IA). Un'ambizione che contrasta con la volonta' dell'Ue di proteggere il diritto alla privacy, perche' l'IA si basa proprio sulla disponibilita' dei dati. Un nuovo regolamento europeo punta a rendere compatibili i due obiettivi, ma non risolve la questione, secondo un'esperta dell'argomento.

Stante all’ultimo rapporto “Digital Economy and Society Index 2019 (DESI 2019)”, l’Italia si colloca al 24simo posto (su 28 paesi membri dell’Unione Europea, prima della Brexit) in materia di digitalizzazione; ciascun paese é valutato in base al valore di cinque indicatori che contribuiscono a determinarne la posizione in “classifica”.  L’indicatore n.2 fa riferimento al “Capitale umano” ed è suddiviso in due sotto-indici: “competenze digitali di base" e "competenze avanzate in ICT”. Rispetto a questo indice, l’Italia si colloca al 26simo posto in classifica, prima delle ultime due, Romania e Bulgaria.

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Umberto Rapetto: più tutelati con Gdpr ma non bisogna abbassare la guardia

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