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Cedesi privacy “a gratis”: quando baby monitor e telefonate diventano merce

Nel 2025 il dibattito sulla privacy digitale ha preso una piega che forse nessuno si aspettava: oltre alla sorveglianza statale o agli hacker che minacciano la nostra riservatezza, siamo noi stessi, con il nostro consenso (più o meno consapevole), a cedere a sistemi e piattaforme ciò che di più personale abbiamo.

Dalla casa al mercato: i baby monitor come dati di addestramento - Lo abbiamo visto con Anker/Eufy, produttore cinese di dispositivi per la casa intelligente, che negli USA paga i suoi clienti finali in cambio di video raccolti dalle telecamere di sicurezza domestica, inclusi i baby monitor. Genitori e utenti di smart-home vengono invitati a condividere registrazioni di furti, intrusioni (anche simulate) e, in generale, di spazi domestici intimi, al fine dichiarato di “addestrare” modelli di intelligenza artificiale. Molti clienti cedono i propri video addirittura a titolo di donazione, confidando forse nella crittografia end-to-end che l’azienda sembra garantire, ma che in realtà non esisterebbe.

Il dilemma è ormai etico e culturale. Come si può considerare normale vendere o addirittura cedere gratuitamente e volontariamente immagini delle proprie stanze da letto, dei propri figli, dell’interno delle proprie mura domestiche?

La risposta risiede nella normalizzazione culturale della sorveglianza. Abituati a condividere ogni attimo della nostra vita su social e app, stiamo (incoscientemente?) accettando che anche le immagini più intime e riservate diventino merce per addestrare algoritmi. È un fatto che molti genitori percepiscano ad esempio l’esposizione delle immagini dei propri figli, come un gesto neutro o persino positivo.

L’abitudine allo sharenting, unita alla promessa di un beneficio economico e alla retorica della “collaborazione” con l’innovazione tecnologica, abbassa la soglia di allarme e trasforma ciò che è intimamente privato in dato cedibile, spesso senza riflettere sulle conseguenze per chi non può scegliere.

Monetizzare le telefonate: il caso Neon - Se questo non sembrasse già sufficientemente preoccupante, basta guardare a un caso simile e forse ancora più esplicito: l’app Neon. Lanciata negli Stati Uniti come soluzione che permetteva agli utenti di registrare le proprie conversazioni telefoniche e venderle alle aziende di AI in cambio di denaro, Neon in pochi giorni è diventata una delle app più scaricate sull’App Store.

Gli aspetti sono diversi. Da un lato, ci sono dunque molte persone disposte a vendere le registrazioni delle proprie conversazioni (che includono anche l’altro partecipante, non sempre consenziente); e, dall’altro, la “soluzione” si è rivelata così insicura da esporre pubblicamente numeri di telefono, registrazioni e trascrizioni, trasformando una scelta già potenzialmente disastrosa in una fuga di dati ancor più catastrofica.

Questi episodi riflettono un trend più ampio: l’idea che la privacy (intesa nella sua accezione più antica e pura di riservatezza, right to be let alone) sia un bene disponibile, da scambiare, barattare o addirittura regalare.

(Nella foto: Tania Orrù, DPO, Privacy Officer e Consulente Privacy certificato Tuv Italia)

La vera minaccia siamo noi - La nostra attenzione è sempre stata storicamente concentrata su minacce esterne, hacker, o spyware sofisticati (come Pegasus) che intercettano telefoni senza consenso, sfruttando vulnerabilità per spiare giornalisti e oppositori.

La minaccia più sottile è invece ora rappresentata da chi sembra felice di vendere o barattare la propria vita privatissima.

Dal punto di vista normativo, in Italia e in Europa, il GDPR si applica certamente ai trattamenti di dati personali anche relativi alla videosorveglianza e ai sistemi di registrazione domestici, imponendo principi di minimizzazione, trasparenza e proporzionalità. Eppure, tali principi rischiano di essere del tutto vanificati ogni giorno se poi gli utenti, per un piccolo incentivo economico o altra utilità, accettano condizioni che li esautorano dei loro diritti più intimi e inviolabili.

Se il consenso, per essere valido, deve essere informato e libero, quando un contratto prevede “pagami e prendi i miei dati”, chi decide davvero? Quale potere negoziale ha un genitore davanti al patto di scambio per un bonus monetario per cui deve cedere i video dei propri figli?

Insomma, se in passato (anche recentissimo) ad inquietare erano le immagini sottratte e riutilizzate senza consenso, ora il cambio di passo è netto: le piattaforme dichiarano apertamente cosa vogliono e sono gli utenti stessi a offrire la propria sfera privata di loro sponte.

Protezione dei dati o resa culturale?  - In questo contesto, le istituzioni e i professionisti della privacy devono fare di più che applicare le regole.

È infatti indispensabile riaprire il discorso sulla cultura della protezione dei dati. Perché non basta dire che “la legge protegge” se non chiediamo a noi stessi se davvero ci interessa e siamo disposti a proteggerci, o, invece, se la logica del mercato ci ha ormai convinti che tutto è “disponibile”, in un’inesorabile resa culturale.

Occorre ripensare il valore intrinseco della nostra privacy, come un diritto da salvaguardare contro l’incoscienza volontaria di chi accetta di mercificare la propria intimità senza farsi domande.

Note sull'Autore

Tania Orrù Tania Orrù

Data Protection Officer e Privacy Officer e Consulente Privacy certificata TUV Italia. Membro del Gruppo di Lavoro Federprivacy per la privacy nel marketing e nel commercio elettronico.

 

 

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