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Il Garante è l’ultimo baluardo a difesa della nostra privacy

La recente inchiesta della trasmissione Report ha acceso i riflettori sul Garante per la protezione dei dati personali, sollevando dubbi e critiche sulla sua gestione interna.

Un’inchiesta giornalistica forse a tratti vessatoria nei confronti dei componenti del Collegio dell’Authority presieduta da Pasquale Stanzione, ma sicuramente doverosa in una società democratica in cui nessuna istituzione pubblica può considerarsi intoccabile, e le ombre che emergono vanno quindi analizzate senza sconti.

C’è tuttavia un equivoco che rischia di diventare pericoloso per gli equilibri di uno stato di diritto: confondere le eventuali responsabilità dei singoli con l’utilità dell’istituzione.

In un’epoca polarizzata in cui la fiducia verso le autorità indipendenti vacilla facilmente, quella di “gettare il bambino con l'acqua sporca" è una tentazione ricorrente, specialmente quando si infiamma il dibattito politico, e anche certi leoni da tastiera imperversano sui social cavalcando il clamore mediatico per parlare alla pancia della gente senza però proporre alcuna soluzione razionale, arrivando perfino a invocare l’abolizione del Garante.

Ma una tale ipotesi sarebbe come decidere di abolire tutti i tribunali solo perché un singolo giudice avrebbe emesso una sentenza sbagliata. O concludere che, siccome viviamo in un mondo in cui proteggere la privacy è ormai una sfida ardua, allora la soluzione migliore sia abolire i diritti che la tutelano.

Anche se l’operato dei suoi membri può non essere stato sempre impeccabile, (e chi è senza peccato scagli la prima pietra…), sta di fatto che oggi il Garante è l’ultimo baluardo rimasto a difesa della nostra privacy, perché senza questa preziosa autorità saremmo condannati a subire continui soprusi sulla nostra sfera privata, senza avere più nessuno a cui appellarci per far valere i nostri diritti.

La bufera che ha colpito l’autorità per la protezione dei dati personali non può quindi costituire il pretesto per sbarazzarsene, ma deve piuttosto essere l’opportunità per perfezionare i meccanismi che la regolano.

Come ci sentiamo più al sicuro sapendo di poter contare sull’intervento delle forze dell’ordine se qualcuno dovesse minacciare la nostra incolumità, allo stesso modo il Garante è infatti il nostro principale punto di riferimento in ogni situazione in cui ci accorgiamo che la nostra privacy è messa a rischio da chi abusa dei nostri dati personali.

E in un mondo in cui ogni nostra azione quotidiana lascia una traccia digitale, e dove gli algoritmi dell’intelligenza artificiale analizzano ogni nostro comportamento per sottoporci a decisioni automatizzate che possono causarci pregiudizi e invasioni ingiustificate della nostra sfera privata, oggi più che mai c’è la necessità di un’autorità che ci tuteli.

Al riguardo, occorre precisare che il Garante non è (come molti purtroppo pensano) una struttura creata dalla politica italiana semplicemente per aggiungere burocrazia inutile e creare posti di lavoro non necessari per sistemare qualche raccomandato in più. Si tratta invece di un importante pilastro della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, nella quale l’art. 8 ha affidato a un’autorità indipendente il compito di far rispettare le regole sulla privacy come arbitro imparziale che non sia soggetto a indebiti condizionamenti da parte della politica.

(Nella foto: Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy)

Esso, rappresenta quindi un presidio di diritti che, se dovesse venire meno, farebbe arretrare di molti decenni la nostra civiltà, rievocando gli spettri di una pagina oscura della storia in cui la totale eliminazione della sfera privata era usata come deliberato strumento di controllo, e dove ciascun prigioniero dei lager nazisti veniva identificato con un numero e contrassegnato da un simbolo che lo etichettava a seconda della sua religione, la sua etnia, o il suo orientamento sessuale, privandolo così della sua dignità e annientando qualsiasi pretesa di rispetto dei diritti umani.

Una paradossale abrogazione del Garante per la protezione dei dati personali farebbe solo gli interessi dei colossi tecnologici che, se già al presente hanno la capacità di immagazzinare dati di miliardi di utenti per sfruttarli nei loro business miliardari, in futuro potrebbero addirittura agire ancora più indisturbati per influenzare subdolamente le opinioni delle persone e condizionare le loro decisioni, assumendo così un potere informativo superiore a quello di molti Stati, facendoci trovare a vivere in una distopica società del controllo.

Alla luce delle inchieste di Report, la sfida che attende la politica non è quindi trovare un modo per fare a meno dell’Autorità per la protezione dei dati personali, ma piuttosto quella di creare i presupposti necessari per preservarne il funzionamento anche di fronte a situazioni critiche, proprio come l’aveva pensata Stefano, primo illustre presidente del Garante, quando affermò che “l’autonomia e l’indipendenza dell’autorità non devono essere garantite esclusivamente nel momento della scelta dei suoi componenti. Esige il mantenimento costante delle condizioni materiali che consentono di far vivere quei valori nel lavoro d’ogni giorno.”

di Nicola Bernardi (Fonte: Economy) 

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Note sull'Autore

Nicola Bernardi Nicola Bernardi

Presidente di Federprivacy. Consulente del Lavoro. Consulente in materia di protezione dati personali e Privacy Officer. @Nicola_Bernardi

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