NEWS

Pulizie gratis a casa in cambio dell’autorizzazione a filmare l’abitazione per addestrare i robot domestici del futuro

Si chiama Shift e a New York, dove è appena sbarcata, già spopola. È un’app che promette agli utenti pulizie di casa gratuite. Funziona così: si sceglie il giorno e l’orario, si inseriscono nome, cognome e indirizzo di casa, si accettano i termini d’uso del servizio, ci si impegna a farsi trovare a casa e a pagare una penale in caso di assenza. Il resto lo fa lei, Shift o, meglio, la società che la controlla: registra la prenotazione e trova un pulitore disponibile a soddisfare la richiesta dell’utente al quale non resta che attendere. A quel punto il pulitore arriva, pulisce, saluta e ringrazia.

Ma di cosa ringrazia se l’utente non paga nulla? Ed è qui che sta il trucco, che naturalmente c’è, si vede e si legge anche molto bene – a condizione di non esser pigri e prendersi il tempo per farlo – nei termini d’uso del servizio. In cambio delle pulizie gratuite, infatti, il pulitore, per conto di Shift che in effetti lo paga al posto dell’utente, riprende, secondo per secondo, tutto quello che vede, tutto quello che ha intorno, tutto quello che fa e, naturalmente, tutto quello che fa chi è in casa con lui. Una telecamera mobile umana dentro casa degli utenti, insomma.

Ma per farne cosa? La risposta, considerata la stagione che stiamo vivendo, è quasi scontata: dare tutto in pasto a algoritmi e modelli di intelligenza artificiale per addestrarli a pulire le case e a chissà a quali altre abilità, attitudini e funzioni.

Roba da non credere se non fosse vera, se non stesse già accadendo, se non rischiasse addirittura di avere successo. Ci si sta letteralmente chiedendo di spalancare le porte di casa nostra a decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di algoritmi di proprietà di decine, centinaia o migliaia di società che non conosciamo e che, verosimilmente, non conosceremo mai perché si approprino di tutto, niente e nessuno escluso: dimensioni, arredi, soprammobili, fotografie e, soprattutto, nostre abitudini, nostri modi di fare, di vivere i nostri spazi, di casa nostra, in due parole, il più intimo degli spazi rimasti. Almeno sin qui.

Poi, per carità, Shift promette di fare il possibile per anonimizzare tutto ciò che riesce a anonimizzare in maniera automatica, offuscare i volti delle persone che sono in casa e il resto prima di comunicare i filmati alle fabbriche degli algoritmi. Ma non garantisce il risultato e, d’altra parte, allo stato della tecnica, probabilmente, non potrebbe. E in ogni caso quelle registrazioni, quella di casa nostra, quella del nostro volto e di chi è a casa con noi, nei server di Shift vengono conservate e ci rimangono in chiaro, tanto che la società che gestisce l’app non solo chiede agli utenti il consenso al trattamento dei propri dati personali ma anche di raccogliere e garantire di aver raccolto quelli di chiunque sia a casa mentre il pulitore lavora.

Una montagna di dati personali, straordinariamente personali, intimi direi, come sono o dovrebbero essere intimi, almeno, casa nostra, quello che c’è dentro e quello che vi succede insomma, in cambio di un paio d’ore di pulizie gratuite. Ne vale la pena? Sfortunatamente sarà il mercato – saranno le persone, sarà il successo o l’insuccesso dell’applicazione – a dirlo. Ma rischia di diventare un ennesimo incubo per la privacy che diventa realtà. Per ora l’unica buona notizia è che Shift, forse anche compici le regole europee, funziona solo oltreoceano. Ma si sa come vanno queste cose: si inizia, si prova, si testa e se poi funziona non c’è confine geografico o regola che tenga.

E, soprattutto, a ben vedere il problema forse non è Shift ma il modello di business che incorpora: la comodità, la gratuità, la capacità di risolvere un problema concreto e la facilità d’uso contro i nostri dati personali. La solita regola del “se è gratis il prezzo sei tu”. Siamo noi, insomma. E qui non ci sono alternative. O riusciamo a educarci e a educare miliardi di persone al valore dei dati personali e della privacy, a farle letteralmente innamorare di questo straordinario diritto forse troppo gentile e garbato da mostrarsi importante e prezioso quanto meriterebbe di apparire o non ci aspetta niente di buono. Perché senza privacy, non c’è futuro, almeno per la persona, almeno per la nostra identità, almeno per le nostre libertà.

di Guido Scorza (fonte: Startupitalia)

Note sull'Autore

Guido Scorza Guido Scorza

Avvocato, Docente di privacy e diritto delle nuove tecnologie, giornalista, già Componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali. X: @guidoscorza

Prev Il 55% dei dipendenti comunali che usa strumenti di intelligenza artificiale non ha ricevuto alcuna formazione

Il Presidente di Federprivacy a Settegiorni su Rai Uno

Mappa dell'Italia Puglia Molise Campania Abruzzo Marche Lazio Umbria Basilicata Toscana Emilia Romagna Calabria

Rimani aggiornato gratuitamente con la nostra newsletter settimanale
Ho letto l'Informativa Privacy