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Se il gossip finisce in tribunale, vocali e screenshot delle chat possono essere utilizzati come prova?

Il tormentone mediatico recentemente scatenato da Fabrizio Corona, che attraverso il suo video podcast “Falsissimo” ha preso di mira il giornalista e conduttore televisivo Alfonso Signorini, ha acceso una domanda che può interessare non solo le vicende di gossip che riguardano i VIP, ma chiunque utilizzi WhatsApp e messaggistica social per inviare contenuti riservati e informazioni compromettenti.

Gli screenshot e le registrazioni audio delle nostre chat indiscrete potrebbero essere legalmente utilizzati come prova, se quello che inizia come un banale bisticcio degenerasse a tal punto da finire in tribunale?

La risposta, per quanto possa sorprendere alcuni, è chiara: sì, possono avere valore probatorio, anche se si tratta di semplici screenshot o di messaggi vocali. Ma a precise condizioni, come evidenziano alcuni precedenti.

Dai cuoricini all’addebito della separazione - Emblematico è il caso deciso dal Tribunale di Foggia con la sentenza n. 1092/2022, che ha ritenuto l’invio di emoticon – come i famigerati cuoricini – a un amante sufficiente a giustificare l’addebito della separazione. In quel caso, gli screenshot delle chat, insieme alle testimonianze, hanno consentito di ricostruire l’esistenza e l’inizio di una relazione extraconiugale.

Sempre in ambito familiare, il Tribunale di Napoli (sentenza n. 522 dell’8 febbraio 2025) ha stabilito che persino un semplice “OK” inviato via WhatsApp al coniuge separato è idoneo a confermare l’accordo sulle spese straordinarie per i figli, legittimando il diritto al rimborso del genitore collocatario.

Accordi, debiti e messaggi vocali - Ma il valore probatorio delle chat non si ferma qui. Nel diritto civile, un messaggio WhatsApp può provare anche l’accettazione di un piano di rientro del debito. Il Tribunale di Milano (sentenza n. 823/2025) ha chiarito che email, messaggi WhatsApp e persino vocali possono dimostrare l’esistenza di un accordo tra le parti, senza bisogno di formalità particolari.

Ancora più incisivo il principio affermato dal Tribunale di Torre Annunziata, con sentenza pubblicata il 29 dicembre 2024: un messaggio vocale può essere sufficiente addirittura a far revocare un decreto ingiuntivo, se dal suo contenuto emerge in modo inequivocabile la volontà di recedere dal contratto. Anche qui, decisivo è il mancato disconoscimento da parte dell’interessato.

Screenshot e chat: prova valida se non contestata - Sul punto è intervenuta anche la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 1254 del 18 gennaio 2025, che ha fornito indicazioni nette sulla valenza probatoria dei messaggi WhatsApp nel processo civile.

Secondo la Suprema Corte, i messaggi scambiati tramite WhatsApp rientrano nella categoria delle riproduzioni informatiche disciplinate dall’art. 2712 del Codice Civile. Ciò significa che formano piena prova dei fatti rappresentati, a meno che la parte contro cui vengono prodotti non ne disconosca specificamente l’autenticità, e il giudice può accettarli come prove valide a tutti gli effetti.

Un principio già affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 11197/2023, che ha confermato la piena utilizzabilità processuale di questo tipo di prova.

In quest’ultimo caso, la Cassazione ha respinto la contestazione di chi metteva in dubbio non l’autenticità del messaggio, ma la sua utilizzabilità. Il messaggio WhatsApp, pur non essendo una scrittura privata firmata ai sensi dell’art. 2702 del Codice Civile, è stato ritenuto un elemento documentale rilevante, soprattutto perché coerente con le altre prove, incluse le testimonianze.

Tra cronaca e tribunali - La vicenda Corona dimostra quanto il confine tra esposizione mediatica e rilevanza giudiziaria sia sempre più sottile. Chat, vocali ed emoticon possono restare materiale da talk show, ma se finiscono in un fascicolo processuale – e non vengono contestati – possono pesare eccome.

In un’epoca in cui gran parte delle relazioni personali e professionali passa da uno smartphone, la giurisprudenza è chiara: scrivere un messaggio può equivalere a mettere qualcosa nero su bianco. E a volte può bastare un pollice alzato o un vocale di pochi secondi per vincere o perdere una causa.

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