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Privacy International, organizzazione non profit con sede nel Regno Unito, ha scoperto che alcune app utilizzate per monitorare il ciclo mestruale, nonché i sintomi correlati, gli sbalzi di umore, e anche informazioni relative ad attività sessuali e periodi di maggiore fertilità, inviano i dati sensibili di milioni di donne che le utilizzano direttamente a Facebook.

 

Una ricerca di Federprivacy evidenzia che su 500 tra le più diffuse app di giochi rivolte ai minori il 93,8% contiene tracker che spiano i comportamenti online dei giovanissimi utenti, e quasi la metà delle app trattano dati in paesi non sicuri per la privacy. Nell’87% dei casi non risulta nominato un Data Protection Officer. Bernardi: “Vengono presentate come innocui giochi per i soggetti più vulnerabili ma raccolgono massivamente informazioni profilando su larga scala i loro comportamenti online”.

 

Il giudice Mike Feuer, della Corte Suprema della California, ha imposto alla app “The Weather Channel” (e ad IBM Corporation che l’ha comprata nel 2015 per due miliardi di dollari) di porre fine all’acquisizione di informazioni degli utilizzatori e soprattutto alla condivisione di tali dati con soggetti terzi senza avvertire gli interessati.

 

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Nello svolgimento della vita quotidiana di ciascuno di noi, l’utilizzo delle app è ormai diventata la normalità. Ne esistono di svariato tipo, proprio per rispondere alle esigenze di ciascun utente: app per gli acquisti online, per la prenotazione di appuntamenti o sedute di training, app per la gestione dell’home banking, app in grado di misurare parametri legati alla salute, app per la spesa online, app per il food delivery… potremmo continuare fino all’infinito! Ma, poniamo attenzione alla tutela dei dati personali nell’utilizzo di tali app? Innanzitutto, bisogna porre particolare accortezza ai seguenti aspetti, utilizzando la dovuta cautela.

 

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Spot pubblicitari diversi per due spettatori diversi che stanno guardando lo stesso programma televisivo nello stesso momento? Non solo è possibile, ma le statistiche indicano che solo quest'anno negli Stati Uniti le aziende hanno investito la bellezza di circa 2,25 miliardi di dollari in questo tipo di pubblicità denominata "addressable tv", con un incremento del 79% rispetto al 2017.

 

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Più tecnologia ma meno privacy. Sembra questo il binomio che accompagna ormai l’innovazione tecnologia mondiale. Secondo quanto riporta il The Guardian, chi fa acquisti nei famosi centri commerciali australiani Westfield, probabilmente è stato scansionato e registrato da dozzine di telecamere nascoste inserite nei cartelloni pubblicitari digitali all’interno dei centri commerciali. Le fotocamere semi-camuffate possono determinare non solo l'età e il sesso dei clienti, ma anche il loro stato d’animo in pochi secondi, grazie al rilevamento facciale.

 

Due milioni di euro di sanzione al Jö Bonus Club per violazione del Gdpr nella profilazione di circa 2,3 milioni di utenti nell’ambito del proprio programma di fidelizzazione dei clienti di Rewe (Billa, Bipa, Penny Market, Adeg), OMV e altri nove partner.

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Il termine big data ("grandi masse di dati" in inglese), o megadati, indica genericamente una raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l'estrazione di valore o conoscenza. Il termine è utilizzato in riferimento alla capacità di analizzare ovvero estrapolare e mettere in relazione un'enorme mole di dati eterogenei, strutturati e non strutturati, allo scopo di scoprire i legami tra fenomeni diversi (ad esempio correlazioni) e prevedere quelli futuri.

 

Anche se gli utenti che navigano in internet non possono fare a meno di notare i famigerati banner sui cookie che irrompono sui loro schermi quando visitano la maggioranza dei siti web, in realtà il quadro sulla conformità alla normativa vigente in materia è ancora piuttosto confuso e lontano da una situazione di adeguamento generale. Ad esempio, numerosi siti che mostrano tali avvisi sui "biscotti digitali" in realtà non ne sarebbero affatto tenuti, e spesso finiscono solo per infastidire gli utenti ed ostacolare la loro navigazione con il rischio di indurli ad abbandonare in fretta il sito.

 

Una ricerca svolta sui canali delle principali emittenti ha evidenziato violazioni, anche gravi, della privacy degli utenti, spesso profilati senza aver esplicitamente fornito il consenso. La maggior parte dei canali televisivi non rispetta la privacy degli utenti, in alcuni casi violando in maniera palese il Regolamento Generale per la Protezione dei Dati Personali (il GDPR) europeo, ha evidenziato una ricerca condotta dall’azienda di sicurezza informatica Sababa Security in collaborazione con l’Università di Twente e LP Avvocati.

 

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TV Nove Italia, Nicola Bernardi intervistato alla trasmissione 9X5

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