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Google ha accettato di risolvere una causa sulla privacy dei consumatori del valore di almeno 5 miliardi di dollari di danni per l'accusa di aver tracciato i dati degli utenti che pensavano di navigare in incognito.

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Era stato accusato di aver ingannato gli utenti sulla privacy inducendoli a pensare erroneamente che per disattivare il rilevamento della loro posizione bastasse disattivare la funzione nelle impostazioni del proprio account, quando invece Google continuava a geolocalizzarli raccogliendo questo tipo di informazioni. E adesso il colosso tecnologico della Silicon Valley dovrà pagare un maxi risarcimento di 392 milioni di dollari.

Classe action contro Google da almeno 5 miliardi di dollari. L’accusa rivolta al colosso del web è quella di tenere traccia dell’attività internet degli utenti anche mentre utilizzano la modalità di navigazione in incognito, operando quindi in modo ingannevole nei confronti di milioni di utenti del suo browser Chrome, e violando così la loro privacy.

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La Suprema Corte di Cassazione interviene, con una ordinanza della fine di agosto del 2020, sul risarcimento per violazione del trattamento dei dati personali, ribadendo il principio in base al quale il danno da privacy non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno”.

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La Corte d’Appello di Catanzaro (sezione I, sentenza 3 giugno 2026 n. 805) osserva in sentenza (tra altro) come, in tema di illecito trattamento dei dati personali, l’esclusione del principio del danno in re ipsa presupponga la prova della lesione conseguente al trattamento.

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Il risarcimento del danno alla privacy non deve lievitare per il solo fatto che a ledere la privacy sia un professionista tenuto a rispettare le norme sull'obbligo di segreto professionale sui dati dei clienti (come un commercialista). È quanto affermato dalla terza sezione della Corte di giustizia dell'Unione Europea (Cgue) con la sentenza del 20/6/2024 resa nella causa n. C-590/22.

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Secondo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sulla causa C-340/21 l’esposizione di dati personali al rischio di utilizzo abusivo può costituire in sé un danno immateriale. 

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La banca non deve rimborsare al cliente vittima di phishing le somme sottrattegli dal conto corrente se dimostra la sua condotta «fortemente imprudente» nell’aver comunicato al truffatore le credenziali di accesso. Lo ha precisato il Tribunale di Roma con la sentenza 16588 del 15 novembre scorso.

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C’è un equilibrio sottile, e sempre più difficile da mantenere, tra tutela dei diritti e loro possibile strumentalizzazione. Con la sentenza nella causa C-526/24, la Corte di giustizia dell’Unione europea interviene proprio su questo crinale, chiarendo fino a che punto il diritto di accesso ai dati personali possa essere esercitato — e quando invece rischi di trasformarsi in un’arma impropria.

La Walt Disney Company dovrà pagare 10 milioni di dollari per chiudere un' indagine della Federal Trade Commissione (FTC) per presunte violazioni delle leggi statunitensi sulla privacy che riguardano i minori.

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Il presidente di Federprivacy a Rai Parlamento

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