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Guido Scorza

Componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali. Twitter: @guidoscorza

La notizia è, ormai, drammaticamente nota: online si trovano migliaia di green pass autentici o, almeno, apparentemente autentici in vendita o gratuitamente disponibile per chi, magari non essendo vaccinato e non intendendo vaccinarsi né farsi periodicamente un tampone non voglia, comunque, rinunciare alla maggior libertà offerta dal possesso dell’ormai celeberrima certificazione verde.

Lo scorso 4 ottobre Facebook, Instagram e Whatsapp sono rimasti inutilizzabili per sei ore in tutto il mondo. La misura del disastro digitale la offre, forse meglio di migliaia di parole, il video diffuso via Twitter dal portavoce del governo della Tanzania che invita i cittadini a restare calmi, rassicurandoli sulla rapida riattivazione dei servizi. Parole analoghe a quelle che, probabilmente, sarebbero state utilizzate se una catastrofe naturale avesse reso inutilizzabili la rete viaria, quella elettrica, quella idrica o quella telefonica o tutte queste reti messe insieme.

I risultati del trimestre che si è chiuso il 30 giugno di Alphabet (Google), Apple, Facebook e Microsoft sono da record e superano le previsioni degli analisti. La tragedia che ha messo in ginocchio il mondo ha rafforzato gli oligopolisti delle tecnologie e, probabilmente, ora, la ripartenza sta facendo altrettanto spingendo nella Rete - con la maiuscola e la minuscola - dei signori della pubblicità online l'industry globale che ha bisogno più che mai di promuovere i propri prodotti e servizi dopo mesi di inattività o scarsa attività e che, per farlo, non ha alternative reali.

Quando si chiede a una persona il consenso a trattare i suoi dati personali perché siano dati in pasto a un algoritmo chiamato ad assumere una qualche decisione il consenso non è valido se la persona non è adeguatamente informata delle logiche alla base dell’algoritmo. È la sintesi di una bella Sentenza depositata nei giorni scorsi dai Giudici della Corte di Cassazione.

“Meno privacy ma più libertà” è la sintesi giornalistica del dibattito di questi giorni attorno al tema delle certificazioni verdi, la ricetta del governo italiano – nel solco, peraltro, di quella già annunciata dalle Istituzioni europee – per consentire la progressiva riapertura del Paese. Una sintesi autorevolmente, fatta sua anche dal presidente della Corte Costituzionale Giancarlo Coraggio e una sintesi che sostanzialmente suggerisce ai cittadini che si tratti di scegliere se rinunciare a un po’ della propria privacy per riconquistare – o almeno riconquistare prima – un po’ della propria libertà di movimento specie in vista dell’arrivo dell’estate e delle vacanze.

Mercoledì, 28 Aprile 2021 06:42

Ora le spie corrono su Linkedin

Bye bye Mata Hari, affascinante e inarrestabile 007 d’altri tempi. Oggi segreti e informazioni confidenziali degli altri si cercano su Linkedin. O, almeno, questo è l’allarme lanciato dal MI5, il servizio segreto britannico. La notizia rimbalza dalla BBC che riferisce di un rapporto dei servizi segreti di Sua Maestà, appunto, secondo i quali, negli ultimi cinque anni almeno dieci mila cittadini inglesi sarebbero stati bersaglio di operazioni di intelligence promosse da Governi stranieri nel tentativo di accaparrarsi segreti di Stato e informazioni confidenziali. E, tutto, sarebbe avvenuto online.

Ieri il podcast di Governare il Futuro non è uscito perché l’altro ieri sono diventato papà. Mentirei se dicessi che nelle ultime ore non sono stato tentato di condividere via social la prima foto di mia figlia, il suo primo bagnetto, la sua prima poppata, la sua prima vera dormita tra le braccia della mamma. Ho scattato decine di foto, naturalmente, e decine di volte sono stato a un tap di distanza dal condividerla via social. A tentarmi, ogni volta, la felicità, l’entusiasmo, l’orgoglio di papà e soprattutto il fatto che quella social è, ormai – giusto o sbagliato, bello o brutto che sia – la dimensione naturale della nostra vita, specie in tempo di pandemia. Ma, almeno sin qui, ho sempre scelto di non pubblicare quelle foto e di limitarmi a inviarle a amici e parenti che il Covid tiene lontano dall’ospedale.

L’Europa avrà un digital green pass o, almeno, questa è la proposta della Commissione europea presentata lo scorso 17 marzo. Non sarà un passaporto vaccinale ma un certificato digitale che servirà a provare indifferentemente che un cittadino si è vaccinato, che un cittadino è risultato negativo a un test o che un cittadino, guarendo dal Covid, ha sviluppato i necessari anticorpi.

I dati raccolti da TraceTogether, l’app di contact tracing utilizzata dal Governo di Singapore per combattere il Covid-19 sono accessibili alla polizia per le sue indagini. Guai a considerare la notizia che rimbalza da Singapore come una vicenda che viene da lontano e che non ci interessa perché, nella realtà, ci riguarda tutti ed è carica di lezioni che non possiamo e non dobbiamo farci scivolare addosso. Ci provo in una manciata di righe anche se ne servirebbero tante di più.

Nei giorni scorsi la Corte Suprema del Massachusetts, negli Stati Uniti, ha messo nero su bianco un principio tanto semplice quanto dirompente: Uber non può opporre ai propri utenti le obbligazioni presenti nelle proprie condizioni generali di contratto semplicemente perché ha dato loro la possibilità di accedervi attraverso un apposito link nell’ambito del processo di registrazione ai propri servizi.

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