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Basta scuse: la protezione dei bambini nelle piattaforme digitali deve essere una priorità

Per iscriverti devi inviare una foto al gestore del canale. Deve essere un nudo. Accettiamo solo utenti tra i 12 e i 17 anni”. E, ancora, “Accettiamo solo bambine tra i 5 e i 17 anni. Inizia a avere sesso in chat con il gestore del canale”. Sono solo alcuni dei titoli di gruppi – server in gergo – attivi su Discord, una delle più popolari app di comunicazione online al mondo identificati in un’inchiesta tanto bella quanto raccapricciante della NBC News.

E a rendere il racconto ancora più drammatico è il fatto che la piattaforma in questione ha, in tutto il mondo, una popolarità straordinaria proprio tra i più piccoli essendo originariamente nata come un servizio per condividere esperienze legate al mondo dei videogame. Oggi Discord ha oltre 150 milioni di utenti e a leggere l’inchiesta della NBC emerge in maniera prepotente che è diventata una specie di riserva di caccia nella quale gli adulti predano con ogni mezzo i più piccoli per soddisfare i loro appetiti sessuali. Ci sono, rivela l’inchiesta, gruppo il cui titolo lascia poco spazio a dubbi di sorta: “CP” – child pornography – o “Cheese-Pizza”, un modo diverso per dire la stessa cosa. L’inchiesta ha messo in fila decine di casi nei quali la piattaforma è stata lo scenario di episodi di adescamento strumentali a aggressioni e violenze sessuali di ogni genere accertati con Sentenze poi definitive e centinaia di casi in relazione ai quali pendono procedimenti e denunce per vicende con la stessa drammatica trama: un bambino, una bambina, un adolescente che, in un modo o nell’altro, finisce nella rete di un adulto.

NBC News non ha dubbi: guai a negare che Discord, negli anni, si sia data da fare, in maniera probabilmente crescente, per affrontare il problema ma siamo lontani anni luce da dove si dovrebbe essere per garantire ai più giovani un uso sicuro della piattaforma. A cominciare dal fatto che i più piccoli, stando alle stesse regole dettate dal gestore della piattaforma, non dovrebbero potervi accedere ma, poi, basta dichiarare – come, peraltro, avviene più o meno ovunque online – un’età maggiore di quella reale e le porte di Discord, come per magia, si dischiudono anche a bambini ovviamente privi di qualsiasi strumento cognitivo o esperienziale che consenta loro di difendersi. E guai a sorprendersi, ovviamente, se le conseguenze sono poi drammatiche.

L’amministratore delegato della piattaforma, all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta, intervenendo al Bloomberg Tech Summit di San Francisco, ha detto – secondo un cliché ormai paludato - di trovare orribile quanto raccontato dalla NBC News e ha aggiunto che la sia società prende molto sul serio il problema. E non c’è ragione per non credergli. Come non c’è ragione per non credere a tutte le big tech che, ciclicamente, finiscono al centro di inchieste e denunce analoghe e sistematicamente rispondono di fare tanto e, anzi, sempre di più per proteggere i bambini.

Ed è sicuramente vero, nella più parte dei casi è sotto gli occhi di tutti. Ma il punto è che non basta, il punto è che non è più credibile che giganti della tecnologia che hanno letteralmente cambiato il modo in cui viviamo e che sono diventati, letteralmente, i tenutari delle sorti del mondo, non siano in grado di fare di più per garantire che i bambini possano approfittare di tutte le straordinarie opportunità che la dimensione digitale offre loro senza rischiare quotidianamente di finire tra le braccia di orchi, pedofili e pervertiti di ogni genere o, il che non è meno preoccupante, di ritrovarsi a confrontarsi con contenuti che si tratti di challenge, indicazioni alimentari pericolose o, comunque, contenuti non adatti alla loro età che possono letteralmente costare loro la vita.

È arrivato il momento che quella della sicurezza online dei bambini diventi una priorità assoluta per tutti, a cominciare, naturalmente, dai più grandi nel firmamento digitale. È arrivato il momento che la rincorsa dei profitti ceda il passo a questa autentica emergenza. È arrivato il momento che un bambino di otto, nove o dieci anni non possa in nessun modo entrare in una piattaforma che si auto-dichiara riservata a chi ne ha almeno tredici (che spesso sono comunque poveri). È arrivato il momento che l’alibi del “non esistono tecnologie e processi” che consentano di fare di più sia rispedito al mittente come inaccettabile perché nessuno può dubitare che gli stessi autori di affermazioni del genere siano riusciti in imprese tecnologicamente più complesse.

Ma, è arrivato anche il momento, che tutti quanti noi la si faccia finita di ricordarci del problema ciclicamente, solo a ridosso di una tragedia come accaduto di recente con quella di Casalpalocco, per poi lascarci distrarre, a nostra volta, da altre priorità. Ed è, soprattutto, arrivato il momento che da genitori si trovi il coraggio di dire ai nostri figli più piccoli, per quanto questo possa apparire anacronistico, fuori dal tempo, difficile, che se non hanno l’età devono restare fuori da piattaforme che pure spopolano tra i loro coetanei perché se non lo facciamo, consegniamo la loro educazione e il loro futuro nelle mani del mercato.

Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali

(Nella foto: Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali)

Non possiamo aspettare oltre, non possiamo rischiare di dover contare altri piccoli martiri dei mercati digitali e delle nostre distrazioni, serve una regola semplice e elementare che nel nome del superiore interesse dei più piccoli, dica a chi vuole fare business online che se, almeno, non tiene i bambini lontani da “giostre” che non sono adatte alla loro età, non può continuare a operare, deve chiudere e riaprire quando sarà in grado di garantire il risultato.

Sarebbe bello che i più grandi dell’ecosistema digitale dessero l’esempio e assumessero in autonomia questo impegno – ma non continuando a rinviare e a promettere e rilasciare pagliativi e strumenti di parental control o classificazione dei contenuti che funzionano sul solo presupposto che il bambino dichiari di essere un bambino – ma se così non fosse, probabilmente, è arrivato il momento che lo Stato faccia lo Stato e stabilisca le regole che devono garantire alla nostra società di essere, tra l’altro, un ambiente a dimensione di bambino.

Avremmo dovuto, in realtà, farlo da tanto.

di Guido Scorza (fonte: Huffingtonpost.it)

Note Autore

Guido Scorza Guido Scorza

Componente del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali. Twitter: @guidoscorza

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