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Fisco e conti correnti: l’Europa richiama l’Italia per violazione dei dati sulla privacy dei contribuenti

L’accesso del Fisco ai conti correnti finisce sotto la lente dell’Europa e, questa volta, il verdetto pesa come un cartellino giallo formale. L’Italia deve rimettere mano alle regole che consentono all’Agenzia delle Entrate di acquisire e analizzare i dati bancari dei contribuenti. A dirlo è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che in una sentenza destinata a far discutere ha riconosciuto la violazione del diritto alla vita privata di due cittadini italiani. 

La vicenda nasce tra il 2019 e il 2020, (sentenza sui ricorsi nn. 40607/19 e 34583/20) quando due contribuenti vengono informati dai rispettivi istituti di credito che l’Agenzia delle Entrate ha chiesto l’accesso a una mole ampia di informazioni: saldi, movimenti, cronologia delle transazioni e operazioni finanziarie riconducibili ai loro conti, per periodi compresi tra uno e due anni. Una prassi che, nel sistema italiano, è considerata uno strumento ordinario di contrasto all’evasione. Ma proprio qui si innesta la censura della Cedu.

Secondo i giudici di Strasburgo, il problema non è l’esistenza in sé dei poteri di controllo, bensì il modo in cui sono regolati e applicati. Il quadro normativo italiano, pur prevedendo limiti teorici ai casi in cui il Fisco può accedere ai dati bancari, finisce per lasciare alle autorità una discrezionalità troppo ampia, se non addirittura illimitata, nell’estensione e nell’attuazione di questi controlli. In altre parole, la cornice giuridica non basta a garantire che l’ingerenza nella sfera privata del contribuente sia davvero proporzionata e necessaria.

Il punto più critico, evidenziato nella sentenza, riguarda l’assenza di adeguate garanzie procedurali. Le richieste di accesso ai dati bancari, spiegano i giudici europei, non sono sottoposte a un controllo preventivo o successivo da parte di un’autorità giudiziaria o indipendente. Né esiste, allo stato attuale, un meccanismo effettivo che consenta al contribuente di contestare l’operato dell’amministrazione finanziaria in una fase tempestiva. “Il quadro giuridico interno non ha garantito ai ricorrenti il livello minimo di protezione a cui avevano diritto ai sensi della Convenzione”, scrive la Corte.

Da qui l’indicazione, rivolta direttamente a Roma, di intervenire sulla normativa. La Cedu sottolinea la necessità di introdurre regole chiare e specifiche che definiscano con precisione quando e a quali condizioni le autorità fiscali possono accedere ai dati bancari dei contribuenti. Regole che dovranno includere un riesame giudiziario o indipendente effettivo e tener conto anche del contesto sempre più rilevante della cooperazione internazionale tra amministrazioni fiscali.

C’è poi un altro passaggio che promette di avere ricadute pratiche rilevanti. Secondo la Corte, il diritto di ricorso del contribuente non può essere subordinato all’emissione di un avviso di accertamento fiscale, né vincolato alla conclusione dell’intera attività di controllo. In sostanza, la tutela deve essere immediata e non differita a valle di un procedimento già avviato o concluso. Un principio che, se recepito, cambierebbe sensibilmente il rapporto di forza tra Fisco e contribuente.

Fonte: Economy

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