La privacy del cliente è la nuova leva di business per la competitività delle aziende
Spesso la privacy è percepita dalle imprese come un tedioso adempimento burocratico imposto dal GDPR e un fardello necessario solo per evitare contenziosi e sanzioni del Garante. Si tratta però di una visione alquanto miope, perché le statistiche dimostrano chiaramente che i clienti orientano sempre di più le loro scelte di acquisto proprio in base al rispetto della loro riservatezza.
(Nella foto: Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy)
Ne sono una dimostrazione i risultati emersi da una recente indagine realizzata da NielsenIQ, che ha fotografato il mood che oggi anima i consumatori: il 69% degli italiani dichiara infatti di voler affidare i propri dati solo ad aziende che li trattano in modo corretto e trasparente. E non si tratta di una sensibilità astratta o ideologica, ma piuttosto di un comportamento che si traduce in azioni concrete, perché 7 intervistati su 10 ammettono di aver rinunciato almeno una volta ad accedere a un sito o a una app per evitare di condividere le proprie informazioni personali con piattaforme di cui non si fidavano.
In questi scenari che vedono una crescente sensibilità degli utenti, la privacy non è dunque soltanto una questione di compliance, ma è diventata una leva di business competitiva.
Con le loro scelte, i clienti premiano le aziende che percepiscono come affidabili e trasparenti, mentre penalizzano quelle che danno l’impressione di considerare i dati personali come una merce da sfruttare senza fornire adeguate garanzie, o anche quelle che gestiscono gli adempimenti del GDPR come una mera formalità legale fatta di lunghe informative piene di cavilli e caselle di consenso da spuntare obbligatoriamente per poter effettuare un acquisto, senza però dare all’utente alcuna reale alternativa che potrebbe tutelarlo maggiormente.
Ma non sono solo i consumatori a premiare o penalizzare con le loro scelte le imprese poco attente alla privacy dei propri clienti. Lo studio “The Impact of Data Breaches on Stock Performance” condotto dal Glucksman Institute ha infatti evidenziato che le violazioni dei dati personali producono conseguenze negative concrete sulla performance economica e finanziaria delle aziende che ne sono colpite. In particolare, la comunicazione pubblica di un data breach rilevante è spesso seguita da cali del valore azionario con ribassi medi stimati tra il 5% e l’8%, e anche quando il titolo recupera nel medio periodo, l’evento continua comunque ad incidere negativamente sulla percezione del rischio da parte dei mercati azionari, rendendo tali società meno attrattive nel panorama finanziario. Una violazione della privacy segnala quindi criticità nei sistemi di governance e nella gestione dei rischi operativi che non passano inosservate agli occhi degli investitori.
Anche se il dibattito attorno alla protezione dei dati si concentra spesso sulle multe milionarie inflitte dalle autorità di controllo, e in effetti un management oculato non può trascurarne il rischio economico, tuttavia il danno più grave per un’azienda è spesso quello reputazionale. La perdita di fiducia è difficile da recuperare e può compromettere in modo duraturo il rapporto con clienti e partner commerciali.

(Immagine di fantasia creata con strumenti di AI)
Comunque, per diventare credibili sul mercato digitale non è sufficiente affermare di essere conformi al GDPR, come neanche si guadagna automaticamente la fiducia del cliente sbandierando spot come “Abbiamo a cuore la tua privacy”, che anzi tendono a insospettire gli utenti da anni rassegnati a subire passivamente i tediosi banner dei cookie, con i quali sono stati paradossalmente obbligati a rinunciare alla loro privacy anziché a proteggerla, come speravano prima di capire il tranello.
Tra gli esempi di aziende virtuose che hanno adottato questo cambio di paradigma ci sono Apple, che negli ultimi anni ha impostato le proprie campagne promozionali sulle funzionalità degli IPhone per permettere agli utenti di proteggere i loro dati personali, e anche MSC Crociere, che di recente ha deciso di modificare le proprie policy per vietare l’utilizzo di occhiali smart nelle aree pubbliche delle proprie navi per garantire una maggiore privacy per i clienti che durante la vacanza vogliono tenersi più lontano possibile da occhi indiscreti.
L’azienda che comprende l’enorme valore strategico che deriva dal fare della privacy una propria bandiera, deve ovviamente fare degli sforzi concreti per costruirsi una reputazione mantenendo poi le promesse che fa, ma sicuramente ne vale la pena.
di Nicola Bernardi, Presidente di Federprivacy (Fonte: Economy febbraio 2026)
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