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AI e professione forense: competenze, responsabilità deontologiche e professionali nell'era digitale

Nel panorama professionale contemporaneo, l'integrazione dell'intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui i professionisti operano, ponendo nuove sfide etiche e giuridiche. Per gli avvocati, acquisire una solida formazione sull'AI non rappresenta più un'opzione facoltativa, ma una necessità imprescindibile per esercitare la professione con competenza e diligenza, prevenendo rischi di responsabilità deontologica e professionale.

L'AI si configura indubbiamente come potente strumento di supporto che, se correttamente impiegato, può potenziare significativamente le capacità professionali dell’avvocato senza mai sostituirne il giudizio critico, l’autonomia, le competenze e le decisioni.

Il quadro attuale dell'adozione dell'AI nel settore legale - Secondo il recente rapporto sull'Avvocatura 2025 di Cassa Forense, in collaborazione con il CENSIS, l'utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale nel settore legale presenta ancora un percorso in evoluzione.

Attualmente, solo il 27,5% degli avvocati dichiara di utilizzare l'AI nelle attività professionali quotidiane, con una concentrazione principale nella ricerca giurisprudenziale e documentale (19,9%). Un utilizzo più contenuto si registra nella redazione e revisione di contratti (5,0%), nell'automazione delle attività amministrative (1,0%) e nell'analisi predittiva dei casi (1,2%).

Questa adozione evidenzia un chiaro divario generazionale: gli avvocati con meno di 40 anni utilizzano l'AI nel 37,4% dei casi, contro percentuali che oscillano tra il 24,6% e il 26,1% nelle fasce d'età superiori. Si osserva inoltre un gradiente territoriale, con il Nord-ovest all'avanguardia (31,3%) e il Sud e Isole che registrano una percentuale inferiore (24,7%), evidenziando differenze strutturali che rischiano di acuire ulteriormente il divario tra diverse aree del paese.

Ma siamo certi che si tratti di utilizzo consapevole e responsabile dell’AI?

Quanti di coloro che ad oggi utilizzano l’AI osservano, in generale, le norme sul GDPR?

Intelligenza aumentata vs. sostituzione professionale - Il concetto di "intelligenza aumentata" rappresenta la chiave per comprendere il corretto approccio all'utilizzo dell'AI nel contesto professionale.

Questi strumenti devono essere considerati come amplificatori delle capacità del professionista, mai come sostituti del suo giudizio critico e della sua esperienza. L'AI diventa quindi un ausiliario tecnologico che, sotto la direzione e responsabilità del professionista, contribuisce a migliorare l'efficienza operativa.

Il quadro giuridico della responsabilità professionale - La responsabilità civile del professionista nell'era dell'AI si fonda su solidi principi giuridici già presenti nell'ordinamento italiano. In particolare:

- contratto d'opera intellettuale (artt. 2229 e ss. c.c.): disciplina l'attività professionale, stabilendo i principi generali della prestazione d'opera intellettuale;
- responsabilità per i collaboratori (art. 2232 c.c.): consente l'uso di ausiliari sotto la direzione e responsabilità del professionista. I sistemi di AI possono essere considerati "ausiliari" in questo senso, mantenendo il professionista pienamente responsabile del loro utilizzo;
- standard di diligenza professionale (art. 1176 c.c.): richiede una diligenza adeguata alla natura dell'attività esercitata, che oggi include necessariamente anche la competenza tecnologica;
- mandato (art. 1710 c.c.): impone la verifica dell'adeguatezza degli strumenti tecnologici utilizzati.

Le percezioni e le prospettive future - Il rapporto sull'Avvocatura 2025 evidenzia visioni diverse sul futuro dell'AI nella professione legale: il 27,3% dei professionisti ritiene che l'AI automatizzerà alcune attività amministrative senza sostituire il lavoro umano, mentre il 25,8% prevede che trasformerà significativamente la professione; Il 23,7% la considera uno strumento complementare per il supporto decisionale, mentre solo il 9,8% ritiene che avrà un impatto minimo.

Interessante notare che tra chi già utilizza l'AI, è più diffusa la visione di questa come supporto decisionale complementare (34,1% contro il 19,7% di chi non la utilizza); chi non utilizza questi strumenti tende invece a polarizzarsi tra chi minimizza gli impatti futuri e chi ne teme la portata trasformativa.

La diligenza professionale nell'era digitale - La diligenza richiesta al professionista moderno si articola in quattro dimensioni fondamentali:

- la valutazione, ossia la capacità di discernere l'adeguatezza di uno strumento AI per specifiche esigenze professionali;
- l’implementazione e quindi la competenza nell'utilizzo efficace delle tecnologie selezionate;
- la verifica, intesa come abilità di controllare criticamente gli output generati dai sistemi automatizzati;
- l’aggiornamento che si traduce in un percorso di formazione continua sulle evoluzioni tecnologiche rilevanti per l'attività professionale.

Le implicazioni deontologiche - Il Codice Deontologico Forense contiene già articoli e principi applicabili all'uso dell'AI, in particolare:

- l’art. 14: il dovere di competenza, che già dall’avvento dei processi telematici include necessariamente anche le competenze tecnologiche;
- l’art. 15: il dovere di aggiornamento professionale e formazione continua, che comprende l'aggiornamento sulle nuove tecnologie;
- l’art. 27: il dovere di informazione, che potrebbe estendersi, come sembra, all'obbligo di informare il cliente sui mezzi tecnologici impiegati.

La combinazione di questi articoli configura un vero e proprio "dovere di competenza tecnologica" per il professionista moderno.

A tal proposito è rilevante la sentenza del Consiglio Nazionale Forense n. 165 del 20.05.23, che ha stabilito come il sistema deontologico forense sia informato al principio della tipizzazione della condotta disciplinarmente rilevante ma solo "per quanto possibile", riconoscendo l'impossibilità di prevedere tutte le possibili violazioni; questo principio è fondamentale nell'ambito delle nuove tecnologie in generale e, nello specifico, nell’uso di strumenti di AI, poiché l'eventuale mancata adozione di comportamenti e cautele specifiche non può generare immunità: il professionista resta comunque tenuto a esercitare la professione con diligenza e competenza.

Quadro normativo in evoluzione - Il disegno di legge 1146/2024, approvato dal Senato il 20 marzo 2025, introduce importanti disposizioni sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali, precisando all’art. 13 che:

- l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali è finalizzato al solo esercizio delle attività strumentali e di supporto all'attività professionale, con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione d'opera;
- per assicurare il rapporto fiduciario tra professionista e cliente, le informazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dal professionista devono essere comunicate al destinatario della prestazione intellettuale con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.

La norma citata, più che regolamentare l'impiego degli strumenti tecnologici da parte del professionista, garantisce la centralità del professionista e la tutela del rapporto fiduciario con il cliente.

(Nella foto: l'Avv. Maurizio Reale, speaker al Privacy Day Forum 2025)

I rischi delle "allucinazioni" dell'AI - Un aspetto critico dell'utilizzo dell'AI in ambito forense, soprattutto ove il suo utilizzo sia tutt’altro che consapevole, competente e responsabile, è il fenomeno delle "allucinazioni", ovvero la generazione di contenuti plausibili ma fattualmente errati o inventati;
i rischi principali includono:

- riferimenti inventati: citazioni di sentenze, leggi o articoli scientifici inesistenti;
- distorsioni di fatti: alterazione di elementi fattuali di casi reali;
- interpretazioni errate: applicazioni non corrette di principi giuridici o generalizzazioni improprie.

Il caso emblematico di Mata v. Avianca (2023) esemplifica i pericoli dell'uso acritico dell'AI da parte dell'avvocato Steven A. Schwartz che utilizzò ChatGPT per ricercare precedenti giurisprudenziali, presentando alla corte casi completamente inventati dall'AI; le conseguenze furono severe: una multa di $5.000 e il rigetto della causa.

Più recentemente, un caso analogo si è verificato al Tribunale di Firenze dove un avvocato dovendo giustificare la presenza nei propri atti di sentenze inesistenti della Cassazione, ammetteva che le stesse erano state reperite dalla sua collaboratrice mediante utilizzo di ChatGPT, omettendo qualsiasi attività di verifica.

Precauzioni necessarie e best practices - Per mitigare i rischi associati all'uso dell'AI, i professionisti devono adottare precauzioni specifiche e, soprattutto, investire in una formazione adeguata; la conoscenza approfondita dell'AI non è più un'opzione ma una necessità professionale, particolarmente per gli avvocati.

Una solida formazione sull'AI rappresenta un elemento cruciale della diligenza professionale moderna e un efficace scudo contro potenziali responsabilità deontologiche e professionali; gli avvocati devono comprendere non solo le potenzialità ma anche i limiti intrinseci dei sistemi di AI, soprattutto di quelli “orizzontali” e quindi generalisti, acquisendo competenze specifiche necessarie ed indispensabili per:

- verificare: controllare ogni riferimento normativo o giurisprudenziale attraverso fonti ufficiali, sviluppando protocolli sistematici di validazione;
- tracciare le fonti: richiedere esplicitamente all'IA di citare le fonti specifiche di ogni affermazione, con capacità di risalire alla fonte primaria;
- elaborare prompt strutturati: utilizzare quesiti precisi e ben formulati per ridurre l'ambiguità nelle risposte, padroneggiando tecniche di prompt engineering;
- avere sempre un approccio critico: mantenere sempre un approccio critico basato sulla propria competenza professionale, implementando processi di revisione.

Gli ordini professionali ed in particolare quelli degli avvocati, dovrebbero considerare l'introduzione di percorsi formativi obbligatori specifici sulle tecnologie AI applicate al contesto legale, con un focus specifico alla prevenzione delle "allucinazioni" e dei “bias” e alla verifica della correttezza delle informazioni generate; la formazione continua in questo campo diventa elemento imprescindibile della competenza professionale e tale aspetto assume particolare rilevanza considerando che, secondo il rapporto sull'Avvocatura 2025, il 16,3% degli avvocati afferma di non utilizzare l'IA perché non conosce o non sa utilizzare tali strumenti e ciò evidenzia un significativo gap formativo da colmare per garantire che i professionisti possano adottare consapevolmente queste tecnologie.

La sfida dell'innovazione - Il professionista contemporaneo, a mio avviso, si trova di fronte a tre interrogativi fondamentali:

- tempistica di adozione: per quanto tempo ancora potrà permettersi di lavorare come ha fatto fino ad oggi e quindi non avvalendosi di strumenti di AI?
- aspettativa di competenza: in un futuro ormai prossimo, può escludersi che il professionista che sceglierà di non avvalersi degli strumenti basati sull'intelligenza artificiale possa essere percepito come meno competente rispetto a chi, invece, ne farà un uso consapevole e responsabile?
- formazione tecnologica: fino a che punto saranno richieste conoscenze tecniche specifiche ai professionisti? Su quest'ultimo punto, è significativo che il 31,7% degli avvocati non utilizzatori stia considerando di adottare l'AI nel prossimo futuro, segno di un interesse potenziale che necessita di adeguato supporto formativo.

Conclusioni - L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella professione forense rappresenta una trasformazione inevitabile che richiede un approccio equilibrato e consapevole. Il professionista mantiene la piena responsabilità delle proprie decisioni, anche quando supportate da sistemi automatizzati, e deve sviluppare nuove competenze per valutare, implementare, verificare e mantenersi aggiornato sugli strumenti tecnologici.

La sfida consiste nel cogliere i benefici dell'innovazione tecnologica mantenendo saldo il controllo sul processo decisionale e preservando i valori fondamentali della professione: competenza, diligenza, trasparenza e tutela del rapporto fiduciario con il cliente.

Solo attraverso una formazione adeguata e continua sull'AI, gli avvocati potranno affrontare in modo consapevole e sicuro questa nuova sfida, evitando di incorrere in responsabilità deontologiche e professionali e trasformando l'intelligenza artificiale in un vero strumento di "intelligenza aumentata", in grado di potenziare le loro capacità senza mai sostituirne la competenza, il giudizio critico e l'esperienza.

Note sull'Autore

Maurizio Reale Maurizio Reale

Cultore della Materia "Informatica Giuridica" presso Università degli Studi di Milano

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