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Ecco quali sono le 20 app più intrusive per la privacy degli utenti

Nel dibattito sulla privacy digitale, l’intrusività delle app non è più una questione limitata ai social network, ma riguarda ormai l’intero ecosistema digitale.  Con 16 milioni di italiani che utilizzano almeno un’app (cioè il 35% della popolazione) diventa sempre più importante conoscere cosa si sta condividendo a seconda delle app utilizzate.

Sebbene molte applicazioni forniscano servizi utili, raccolgono anche quantità significative di dati personali, tra cui informazioni sugli acquisti, cronologia di navigazione, dati personali degli utenti, la loro posizione Gps, la cronologia delle ricerche, i contenuti creati dagli stessi utenti, ed anche informazioni finanziarie e riguardanti salute e fitness.

Alcune app raccolgono queste informazioni senza condividerle con terze parti, mentre altre non tracciano affatto dati personali, ma molte altre raccolgono dati personali e spiano gli utenti.

In ogni caso, prima di installare e iniziare a usare anche le app più popolari, è importante sapere quanto si sta realmente condividendo per poterle utilizzare. Ma quali sono quelle che sfruttano di più i nostri dati?

Una ricerca pubblicata da Truffa.net ha analizzato le informative sulla privacy e i dettagli nascosti delle app più popolari in Italia, rivelando quali dati vengono raccolti e quali sono condivisi con terze parti, restituendo un quadro ampio e documentato, e mostrando come la raccolta dei dati personali sia diventata una componente strutturale del funzionamento delle piattaforme, indipendentemente dal settore di appartenenza.

Uno degli aspetti più rilevanti che emerge riguarda la destinazione delle informazioni raccolte. I dati evidenziano una doppia direttrice: da un lato l’utilizzo interno, che supera mediamente l’80% e comprende miglioramento dei servizi, analisi e ottimizzazione degli algoritmi; dall’altro la condivisione con terze parti, che in diversi casi oltrepassa il 60%, soprattutto per finalità pubblicitarie. È proprio questo equilibrio tra uso interno e diffusione esterna a definire il grado di intrusività delle diverse applicazioni.

In cima alla classifica si collocano i social network, dove il modello economico si fonda apertamente sulla profilazione. Le piattaforme del gruppo Meta — Facebook, Messenger, Instagram e Threads — raggiungono livelli particolarmente elevati: fino al 68,6% dei dati condivisi con soggetti esterni e oltre l’85% utilizzato internamente. In alcune categorie si superano addirittura il 90%, segno di un sistema in cui praticamente ogni informazione raccolta viene attivamente sfruttata. Il punteggio complessivo, vicino al massimo, riflette un modello estremamente pervasivo, basato su una raccolta continua e capillare.

Fonte: Truffe.net

Accanto a questo approccio, emergono però forme diverse di gestione dei dati. LinkedIn, ad esempio, presenta una condivisione più contenuta, intorno al 37,1%, ma compensa con un utilizzo interno molto elevato, che supera il 68% e resta stabilmente sopra il 65% nelle principali metriche. Qui l’intrusività si manifesta meno nella circolazione dei dati e più nella loro elaborazione approfondita, coerente con la natura professionale della piattaforma.

Un profilo simile, ma leggermente più equilibrato, si osserva in Pinterest, dove il 42,9% dei dati viene condiviso e percentuali superiori al 70% emergono in alcune voci di utilizzo. Anche in questo caso, la percezione di un ambiente “leggero” si scontra con una realtà fatta di raccolta significativa e profilazione avanzata.

Nel passaggio ad altri settori, il quadro si fa ancora più articolato. Nell’e-commerce, Amazon Shopping mostra una condivisione diretta più limitata, con valori che partono dal 5,7% e arrivano al 25,7%, ma evidenzia un uso interno consistente, superiore al 54%, con picchi del 68,6% nelle attività di profilazione. Qui il dato personale diventa uno strumento per anticipare e orientare i comportamenti d’acquisto, più che per essere ceduto all’esterno.

Nel campo dei contenuti digitali, YouTube presenta un modello intermedio: circa un terzo dei dati viene condiviso, mentre quasi la metà è utilizzata per finalità interne. Alcune categorie restano meno coinvolte, ma il sistema complessivo resta fortemente orientato alla personalizzazione, attraverso algoritmi che si nutrono di un flusso continuo di informazioni.

Anche tra i social non appartenenti al gruppo Meta emergono differenze significative. X mantiene livelli medi, con circa il 28,6% di condivisione e valori complessivi che oscillano tra il 37% e il 51%. TikTok, invece, presenta una distribuzione più disomogenea: alcune categorie scendono sotto il 20%, ma altre raggiungono il 62,9%, segnalando una raccolta selettiva ma incisiva.

Particolarmente interessante è il comportamento delle app legate ai servizi quotidiani, spesso percepite come meno invasive. Piattaforme come Uber Eats, Uber e Deliveroo mostrano livelli di raccolta anche elevati di dati personali, con picchi fino al 60%, ma una condivisione talvolta nulla in alcune categorie. In questi casi, il valore dei dati risiede soprattutto nella loro capacità di descrivere abitudini e spostamenti, rendendo la profilazione estremamente concreta, pur restando in parte confinata all’interno delle piattaforme.

Nel settore finanziario, PayPal evidenzia una dinamica peculiare: la raccolta iniziale appare contenuta, ma l’utilizzo dei dati cresce sensibilmente, arrivando fino al 65,7% in alcune categorie. La gestione riflette la natura sensibile delle informazioni trattate, con maggiore cautela nella condivisione ma un uso intensivo per sicurezza e analisi.

Le applicazioni di navigazione, come Waze e Google Maps, mostrano invece come l’intrusività possa essere strettamente legata alla funzionalità del servizio: la raccolta si mantiene su livelli medi, ma raggiunge picchi elevati quando si tratta di dati di geolocalizzazione e traffico, elementi essenziali per il funzionamento stesso delle piattaforme.

Infine, anche servizi apparentemente meno critici come Spotify, Gmail, Bumble e Just Eat presentano percentuali tutt’altro che trascurabili, spesso superiori al 50% in specifiche aree. Pur con punteggi complessivi più bassi, confermano che nessuna categoria è realmente estranea alla logica invasiva della raccolta di dati per profilare gli utenti.

Nel complesso, ciò che emerge è una distribuzione dell’intrusività lungo tutto lo spettro delle applicazioni. Non esistono piattaforme completamente neutrali, ma modelli differenti: alcuni puntano sulla massima estensione e condivisione, altri privilegiano un uso interno intensivo, altri ancora combinano entrambe le strategie. In ogni caso, i dati mostrano con chiarezza come la raccolta di informazioni personali rappresenti oggi una condizione strutturale dell’esperienza digitale.

Resta aperta la questione della trasparenza richiesta dal GDPR. Nonostante la disponibilità formale delle informative, la comprensione reale dei meccanismi resta limitata, lasciando gli utenti in una posizione di controllo solo teorico e parziale. In questo contesto, il tema centrale non è più soltanto individuare le app più invasive, ma definire un equilibrio sostenibile tra innovazione e tutela della privacy in grado di guadagnare la fiducia degli utenti.

Fonte: Truffe.net

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