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La trasformazione digitale della PA necessità di investire sulle persone

La trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione italiana non è un esercizio tecnologico: è un atto politico, epistemico e culturale. Come insegnava Stefano Rodotà, primo storico Garante della privacy, la persona resta il fulcro del diritto anche nell’ecosistema informazionale, e nessuna architettura dati può prescindere dalla centralità del soggetto.

L’Italia conta oltre 7.900 comuni, di cui circa il 70% sotto i 5.000 abitanti: un tessuto amministrativo capillare che costituisce insieme ricchezza civile e fattore di fragilità sistemica. AgID e Corte dei Conti denunciano, nei rispettivi rapporti, una spesa ICT frammentata, priva di visione strategica e ancorata a logiche di mero adempimento.

Il PNRR, (M1C1), stanzia quasi 10 miliardi di euro per la digitalizzazione della PA: cloud abilitante, Polo Strategico Nazionale, interoperabilità semantica, cybersecurity, cittadinanza digitale, PagoPA, SPID, e CIE. È un kairos, un’occasione irripetibile. «La Pubblica Amministrazione è parte essenziale della democrazia», ricorda il Presidente Mattarella: modernizzarla significa ricostituire il patto fiduciario tra istituzioni e cittadini.

Eppure, nei comuni medi e piccoli, la retorica dell’innovazione si infrange sulla prosa del reale. «Abbiamo i fondi per migrare al cloud, ma nessuno formato a governarne il ciclo di vita di quello che si sta mettendo in campo», confida un segretario comunale: aneddoto che condensa la patologia strutturale degli enti minori. Il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato restituisce un quadro severo: età media oltre i 50 anni, turnover asfittico, formazione episodica e disomogenea. Risorse umane spesso demotivate, raramente valorizzate, gravate da adempimenti proliferanti come quelli riguardanti GDPR, AI Act, NIS2, CAD, e tutto ciò senza un’adeguata strategia di upskilling e reskilling.

In tale scenario, il Responsabile della Protezione dei Dati (DPO) assume un ruolo eminentemente strategico e non meramente formale. Il Garante, nei provvedimenti e nelle FAQ dedicate alla PA, ribadisce che il DPO deve godere di autonomia funzionale, risorse dedicate e accesso diretto al vertice: non orpello di compliance, ma presidio di legalità, accountability e qualità del dato.

Correttamente integrata, questa figura diviene un architetto della governance: orienta le scelte tecnologiche secondo i principi di privacy by design e by default, presidia le valutazioni d’impatto, cura il registro dei trattamenti, coopera con il CISO nel consolidamento della postura di sicurezza, plasma la cultura organizzativa. Con il recepimento della NIS2 e l’entrata a regime dell’AI Act, il perimetro si amplia: la data governance si trasfigura in governance del rischio e delle tecnologie emergenti, secondo un rigoroso risk-based approach.

(Nella foto: il Dott. Antonino Di Giovanni, Coordinatore del Gruppo di Lavoro Federprivacy per la PA)

Una ricetta, dunque, per fare di più e meglio. Primo, pianificazione pluriennale coerente con il Piano Triennale AgID e l’orizzonte europeo del Digital Decade. Secondo, aggregazione: Unioni di Comuni e centrali di committenza, come raccomanda ANCI, abilitano economie di scala e mutualizzazione delle competenze. Terzo, formazione continua obbligatoria, non circoscritta agli informatici: la cultura del dato è trasversale e interdisciplinare. Quarto, valorizzazione meritocratica dei giovani talenti, con percorsi di carriera e premialità ancorate a KPI digitali misurabili. Quinto, rafforzamento strutturale del Data Protection Officer, con team multidisciplinari e remunerazione adeguata, non affidamenti meramente simbolici. Sesto, audit ricorrenti su privacy, sicurezza e qualità del dato, con cruscotti di accountability.

Come ammonisce la Commissione europea nel Digital Decade Report, l’Italia recupera sui servizi ma sconta un deficit di competenze digitali di base e avanzate. La sfida, prima che tecnologica, è epistemologica ed etica: il dato non è merce, è bene relazionale, patrimonio pubblico, precondizione di dignità. Come scriveva Hans Jonas, serve un principio di responsabilità proporzionato alla potenza dei mezzi.

Il PNRR passa, le scadenze pure: la vera eredità si misurerà nel medio periodo. Avremo formato funzionari consapevoli? Il DPO sarà divenuto alleato sostanziale della dirigenza? I comuni minori avranno cessato di essere periferia digitale? Occorrono coraggio politico, continuità amministrativa, investimento antropologico sulle persone. Perché, come insegna il Garante, la protezione dei dati non è freno all’innovazione, né una cornice formale: ne costituisce la condizione trascendentale e il fondamento democratico.

di Antonino Di Giovanni (Economy, giugno 2026)

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Note sull'Autore

Antonino Di Giovanni Antonino Di Giovanni

Data Protection Officer di Enti Locali, Coordinatore del Gruppo di Lavoro Federprivacy per la Pubblica Amministrazione - Profilo Linkedin

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