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La violazione della privacy di Stefano De Martino ci ricorda che nessuno è immune da intrusioni fraudolente tra le mura domestiche

Se ci si dimentica di controllare quel che succede in casa grazie alle telecamere piazzate in giro per l’appartamento, si può star tranquilli che qualcun altro lo sta facendo al posto nostro… Quella che sembra una battuta spiritosa è in realtà la sintesi delle dinamiche che contraddistinguono il ciclo biologico dei minuscoli strumenti di videosorveglianza ormai immancabili nelle abitazioni ed erroneamente considerati i migliori alleati per la sicurezza patrimoniale di tante famiglie.

La vicenda che vede involontario protagonista Stefano De Martino si connota come opportunità didattica e dovrebbe costituire un monito a chi si affida a certi dispositivi senza avere sufficiente coscienza di quelle che possono esserne le immancabili controindicazioni. La storia – di cui conosciamo solo l’increscioso epilogo consistente nella diffusione telematica di videosequenze “appassionate” – si snoda in diverse tappe, ognuna meritevole di riflessione e portatrice di corrispondenti consigli.

Tutto comincia con la scelta e l’acquisto delle “cam” e del software che ne permette la gestione e la fruizione da remoto. Ce ne sono tante versioni e se ne trovano di economiche alla portata di tutti. La differenza tra quel che dovrebbero costare e quanto vengono pagate non deve esser trascurata: chi spende meno del prezzo reale deve sempre immaginare che qualcuno ha corrisposto la differenza oppure che il produttore ha interesse a sistemare i suoi dispositivi di cui ha controllo occulto e impercettibile.

In parole povere la sicurezza di quegli aggeggi è compromessa da pesanti interessi di soggetti non sempre armati delle migliori intenzioni i cui complici inconsapevoli sono proprio le persone a caccia di tutela.

Le industrie hi-tech sanno perfettamente dove stanno “lavorando” le rispettive creature che – collegate via Internet – riferiscono numero IP, provider corrispondente, localizzazione approssimativa e a volte di estrema precisione, immagini ad elevata risoluzione, voci raccolte nell’ambiente e così a seguire in un impietoso elenco di dettagli.

Questi arnesi sono di facile installazione e di agevole utilizzo. Basta configurare l’app specifica oppure una di quelle “multivendor” che permettono di servirsi di più apparati di marca e tipo diverso sfruttando un’unica interfaccia pronta a governare videocamere, elettrodomestici, impianti di climatizzazione, lampadine e quant’altro rende affascinante la domotica.

Tutta questa roba è protetta da una serratura virtuale la cui toppa è l’account o il nome dell’utente e la chiave la password. Non sempre questa combinazione è predisposta con la dovuta cura e spesso i dispositivi mantengono identificativo e parola chiave impostata per default dal costruttore e quasi sempre rintracciabile nei manuali per l’utente di cui per ciascun modello il web abbonda in esemplari in formato Pdf.

(Nella foto: il Generale Umberto Rapetto)

I malandrini sanno bene queste cose e hanno cognizione per scansionare la Rete per setacciare ed individuare i complessi sistemi di videosorveglianza o addirittura le singole telecamere. Se il legittimo utente non ha cambiato la password e soprattutto non ha eliminato il “profilo di fabbrica” (che potrebbe restare operativo anche dopo l’istituzione di quello “personale”), è comprensibile che le misure di sicurezza su cui si fa affidamento valgono meno della casa di paglia del primo dei tre porcellini…

Chi accede fraudolentemente alle videocamere domestiche le può orientare a piacimento e quindi a nulla vale la cautela di chi le orienta verso il muro prima di scatenare i più focosi istinti. La criminalità è poco interessata alle applicazioni empiriche del Kamasutra, ma sa di poter controllare la presenza di persone nei luoghi identificati come appetibili obiettivi. Si va dall’incursione tipica dei furti in appartamento al silenzioso intrufolarsi per vedere e ascoltare nelle sale riunioni in cui si trattano affari riservatissimi. Nessuno è immune da un simile rischio.

Non si dimentichi il caso Hikvision, la controversa multinazionale cinese riuscita qualche anno fa a vendere oltre mille e cento telecamere installate – in convenzione Consip tramite TIM e Fastweb – nelle sale intercettazioni di 134 Procure italiane e poi dichiarate dagli Stati Uniti «pericolose per la sicurezza nazionale».

di Umberto Rapetto (Domani)

Note sull'Autore

Umberto Rapetto Umberto Rapetto

Ex Ufficiale della Guardia di Finanza, inventore e comandante del GAT (Nucleo Frodi Tecnologiche), giornalista, scrittore e docente universitario, ora startupper in HKAO. Noto come lo "Sceriffo del Web": un tipo inadatto ai compromessi. Fa parte del Comitato Scientifico di Federprivacy. Twitter @Umberto_Rapetto

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