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Quando la giustizia tradisce le vittime della violenza di genere: il pericolo nascosto nei tribunali

In Italia, le denunce di violenza di genere e sessuale sono cresciute del 40% nell’ultimo decennio. Questo aumento, accompagnato da cyberstalking e abusi digitali, evidenzia l’urgenza di garantire protezione alle vittime in ogni fase del percorso giudiziario. Tuttavia, i fascicoli processuali (strumenti nati per assicurare trasparenza e tutela) possono trasformarsi in reali veicoli di rischio: dati come indirizzi di residenza e domicili, contatti personali e informazioni sensibili, sono spesso accessibili a un ampio pubblico, inclusi gli stessi “carnefici”, esponendo ad ulteriori pericoli chi ha già subito violenza.

Normativa e prassi attuali - La pubblicità degli atti giudiziari è un principio fondamentale dello Stato di diritto, ma non può essere assoluta. Il Codice Privacy (D.lgs. 196/2003) e il GDPR prevedono obblighi di anonimizzazione e mascheratura dei dati, soprattutto in casi di minori e vittime di reati sessuali. La legge 69/2019 (Codice Rosso, “potenziato” con la L. 24 novembre 2023, n. 168) prevede linee guida per la formazione obbligatoria di magistrati e altri operatori in contatto con le vittime. Tuttavia, la tutela dei dati personali delle vittime resta affidata a interpretazioni e prassi non sempre uniformi e, ad oggi, la formazione dei magistrati e degli operatori della giustizia sulla violenza di genere non è sistematicamente obbligatoria, né centralmente imposta, ma resta spesso solo volontaria, con importanti lacune nell’uniformità e nella copertura.

Il rischio di vittimizzazione secondaria - L’accessibilità dei registri giudiziari, combinata con la digitalizzazione massiva, crea nuove occasioni di vittimizzazione secondaria. Un aggressore può sfruttare informazioni contenute negli atti per rintracciare la vittima, anche se protetta da misure specifiche: avvocati e cancellieri contribuiscono spesso, direttamente, a questo rischio, in quanto, per prassi consolidate, inseriscono dati sensibili in chiaro negli atti e, anziché riportare l’indirizzo di domiciliazione presso lo studio legale di riferimento, utilizzano gli indirizzi personali delle vittime in chiaro. Va da sé che, grazie alla presenza dei loro recapiti nei fascicoli e negli atti, le vittime sono esposte a pericoli concreti, in quanto rischiano di essere rintracciate dai loro aggressori e subire nuove minacce o attacchi. In questo quadro, la digitalizzazione della giustizia, se non accompagnata da misure di sicurezza adeguate, amplifica queste criticità.

Esperienze internazionali - Paesi come Francia e Germania applicano protocolli rigidi di anonimizzazione e pseudonimizzazione; l’ICO ha ricordato come la disclosure accidentale di contatti o indirizzi possa mettere concretamente in pericolo la vita delle vittime; negli Stati Uniti strumenti come i "protective orders" limitano l’accessibilità dei dati sensibili nei fascicoli. Tristemente celebre fu il caso Thurman vs Torrington (1983), dove la pubblicità di un’ordinanza restrittiva permise all’aggressore di rintracciare e colpire nuovamente la vittima, a dimostrazione di come la trasparenza, se mal gestita, possa avere conseguenze drammatiche. Recenti episodi, come il data breach dei tribunali del New South Wales in Australia (2025), confermano che le minacce legate alla digitalizzazione non sono solo teoriche: oltre 9.000 fascicoli, compresi quelli di vittime di violenza domestica, sono stati esposti a rischi concreti.

(Nella foto: Tania Orrù, DPO, Privacy Officer e Consulente Privacy certificato Tuv Italia)

Proposte operative - Occorre un cambio di paradigma, passando da una giustizia “by default” a una giustizia “privacy-by-design”, in cui vengano incluse misure come:

- Anonimizzazione automatica dei dati sensibili nei documenti pubblicati
- Obbligo di citare la domiciliazione legale per le vittime di violenza
- Controllo e tracciamento degli accessi ai registri giudiziari
- Formazione specialistica obbligatoria ed effettiva per magistrati, avvocati e personale giudiziario
- Collaborazione strutturata con i Centri Antiviolenza per segnalare e correggere rapidamente eventuali falle di sicurezza

La collaborazione con i Centri Antiviolenza - Un aspetto cruciale nella protezione delle vittime è la collaborazione tra tribunali e centri antiviolenza (CAV), realtà, spesso radicate nel territorio, che hanno maturato pratiche di gestione dei dati particolarmente rigorose per garantire sicurezza e anonimato, nel rispetto dei requisiti obbligatori definiti dal GDPR (art. 32: pseudonimizzazione, cifratura, accesso ristretto e test periodici della sicurezza). I CAV utilizzano infatti codici identificativi al posto dei dati personali e mantengono le informazioni sensibili in database cifrati, accessibili solo a operatori formati.

Anche nella raccolta statistica, i CAV diffondono dati solo in forma aggregata, impedendo l’identificazione delle singole persone e, tra i loro valori fondanti, citano la garanzia di anonimato e sicurezza per le donne accolte.

L’esperienza di questi enti dovrebbe essere il modello per un sistema giudiziario più “sensibile”: adottare criteri e prassi simili significherebbe, non solo rispettare la legge vigente, ma proteggere le vittime, evitando che dati come residenze protette o recapiti personali siano inseriti in atti pubblici e diffusi indiscriminatamente. Un dialogo strutturato tra magistratura, forze dell’ordine e reti di supporto consentirebbe inoltre una risposta tempestiva in caso di violazioni.

Dalla trasparenza al buon senso: il dovere di proteggere - La trasparenza della giustizia è un valore irrinunciabile, ma non è pensabile che diventi una minaccia per la dignità e la sicurezza delle persone. Proteggere i dati delle vittime di violenza domestica o di genere significa tutelarle, prevenire nuovi abusi e rafforzare la fiducia nel sistema giudiziario. Un approccio “privacy-by-design”, basato su tecnologie, protocolli chiari e formazione continua, ma soprattutto sul buon senso degli operatori, è una necessità, non un’opzione. Per le vittime di violenza, la riservatezza non è solo una garanzia legale, ma una questione di sopravvivenza, nel senso letterale del termine.

Note sull'Autore

Tania Orrù Tania Orrù

Data Protection Officer e Privacy Officer e Consulente Privacy certificata TUV Italia. Membro del Gruppo di Lavoro Federprivacy per la privacy nel marketing e nel commercio elettronico.

 

 

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