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Beatificazione algoritmica, il nuovo sfruttamento del lutto con l’AI è servito in nome dell’engagement

Nella disinformazione che ha caratterizzato l’ultimo biennio, l’attenzione pubblica si è spostata dalle tradizionali fake news politiche verso forme più sofisticate e disturbanti di manipolazione algoritmica. Oggi si “riscrive” visivamente l’identità di persone reali colpite da tragedie irreversibili, come le vittime di femminicidio, di incidenti collettivi, di conflitti armati.

Ora la Gen AI viene usata per creare immagini e video “commemorativi” che trasformano i volti delle vittime in figure eteree, angeli digitali o in avatar parlanti che raccontano la propria morte. Una pratica sempre più diffusa sulle piattaforme social, divenuta ormai fenomeno strutturale dell’innovazione tecnologica, che intreccia economia dell’attenzione, automatizzazione della creatività e assenza di presidi etici.

Sta prendendo forma ciò che alcuni definiscono beatificazione algoritmica, un nuovo processo di sacralizzazione artificiale del dolore umano che, lungi dal rendere omaggio alle vittime, ne compromette dignità, memoria e diritti fondamentali, oltre la morte.

Crans-Montana e la pornografia sentimentale del dolore - L’incendio al bar Le Constellation di Crans-Montana, il 1° gennaio 2026, è un caso emblematico: poche ore dopo la diffusione delle prime notizie, TikTok, Instagram e altre piattaforme sono state invase da immagini e video tributo generati con strumenti AI, con le immagini originali delle giovani vittime rielaborate per mostrarle mentre ascendono verso il cielo, circondate da luci soffuse, con ali angeliche e musiche emotivamente caricate.

Il meccanismo è noto: si parte da fotografie pubbliche, spesso reperite senza consenso, per darle in pasto all’IA che ricostruisce volti iper-realistici, inserendoli in narrazioni visive ad alto impatto emotivo. Si tratta di contenuti progettati per massimizzare engagement, condivisioni e tempi di visualizzazione, indipendentemente dalla volontà delle famiglie coinvolte.

Il problema, oltre che nella falsificazione dell’immagine, risiede nella trasformazione del lutto in prodotto narrativo. La tragedia privata viene sottratta al perimetro intimo e rielaborata come spettacolo collettivo, dando luogo a una vera e propria pornografia del dolore sentimentale, ovverossia a un consumo emotivo seriale che anestetizza la gravità dell’evento e riduce le vittime a simboli intercambiabili.

La tecnologia, anziché amplificare la memoria, la svuota di senso, imponendo un’estetica standardizzata del lutto che cancella la complessità delle storie individuali.

Vittime di femminicidio: attivismo, automatismo e profanazione - Il fenomeno assume contorni ancora più problematici quando riguarda le vittime di femminicidio. In Italia, negli ultimi anni, si sono moltiplicati i video in cui giovani donne uccise vengono “fatte parlare” attraverso avatar generati con tecniche di face-swap e clonazione vocale (come nel caso dei finti avatar circolati dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin), spesso accompagnati da messaggi di sensibilizzazione contro la violenza di genere.

L’uso dell’IA per ricostruire l’immagine di vittime come Federica Torzullo, Giulia Tramontano, Sara Campanella, ha sollevato reazioni fortemente critiche da parte di familiari, giuristi ed esperti di etica digitale.

Da un lato, c’è l’intento dichiarato (e nobile, in astratto) di mantenere alta l’attenzione su un fenomeno strutturale come la violenza maschile contro le donne; dall’altro, il risultato è una reificazione della vittima, trasformata in personaggio artificiale, privata della propria soggettività e ridotta a strumento narrativo, come se non fosse mai esistita.

Una dinamica che depoliticizza il femminicidio, sottraendolo alla dimensione sociale e sistemica per ricondurlo a una rappresentazione emotiva individuale, facilmente consumabile e rapidamente dimenticabile. La (presunta) nobiltà dell’intento iniziale svanisce perché viene eliminata ogni traccia della tragedia che si è consumata nonché la stessa reale esistenza della vittima.

(Nella foto: Tania Orrù, DPO, Privacy Officer e Consulente Privacy certificato Tuv Italia)

Estetizzazione del trauma e propaganda geopolitica - C’è poi l’ambito geopolitico, in cui l’estetizzazione del dolore diventa vera e propria arma narrativa.

Durante le repressioni in Iran nel 2025, come durante la tragedia di Gaza, sono circolate immagini di bambini-angelo tra le macerie e di manifestanti trasformati in figure epiche, martirizzate attraverso un’estetica visiva artificiale.

Queste immagini, pur essendo false, hanno un effetto reale sull’opinione pubblica; la conseguenza è quello che gli studiosi definiscono liar’s dividend, cioè l’effetto collaterale per cui l’abbondanza di contenuti manipolati rende più facile negare anche le prove autentiche.

Se il pubblico è esposto a un flusso costante di immagini sintetiche emotivamente potenti, la fotografia documentaria perde progressivamente la sua funzione testimoniale: la fiducia nella prova visiva, pilastro della memoria storica e del giornalismo, viene erosa, aprendo spazi di impunità informativa per attori statali e non statali.

Il diritto all’immagine post mortem e il nuovo quadro normativo - Per lungo tempo, il diritto all’immagine post mortem è rimasto un’area grigia dell’ordinamento giuridico, tutelato in via indiretta attraverso i diritti dei familiari e la protezione della reputazione; l’esplosione dei deepfake ha reso evidente l’inadeguatezza di questo approccio.

Con la Legge n. 132/2025, l’Italia ha introdotto l’art. 612-quater del Codice Penale, che punisce la diffusione illecita di contenuti audiovisivi manipolati tramite AI se idonei ad arrecare un danno ingiusto alla dignità, alla reputazione o alla memoria di una persona, riconoscendo per la prima volta la specificità del danno algoritmico.

A livello europeo, l’Artificial Intelligence Act impone obblighi di trasparenza e labeling per i contenuti sintetici suscettibili di ingannare il pubblico. Restano però aperte questioni cruciali come l’effettività dell’enforcement transfrontaliero, la responsabilità delle piattaforme e la distinzione tra uso artistico, informativo e abusivo dell’AI.

La normativa, da sola, non può tuttavia risolvere un problema culturale.

Verso un’ecologia dell’attenzione digitale - Bisogna interrogarsi sul modo in cui la società digitale elabora trauma, lutto e memoria e su come proteggere le vittime dalla manipolazione postuma: la risposta non può che essere una battaglia contro l’uso irresponsabile e disumanizzante dell’AI.

Serve un’ecologia dell’attenzione, fondata su responsabilità condivise: delle piattaforme, chiamate a intervenire sui meccanismi di viralità; delle redazioni, che devono distinguere tra testimonianza e artefatto; degli utenti, invitati a praticare uno scetticismo empatico prima di condividere contenuti emotivamente potenti.

Dietro ogni angelo digitale c’è una persona reale, con una storia che non può essere riscritta da modelli statistici. Riconoscere questo limite è il primo passo per restituire dignità al dolore umano.

Note sull'Autore

Tania Orrù Tania Orrù

Data Protection Officer e Privacy Officer e Consulente Privacy certificata TUV Italia. Membro del Gruppo di Lavoro Federprivacy per la privacy nel marketing e nel commercio elettronico.

 

 

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