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Magistrati spiati? mica soltanto loro…

Mentre si discute della separazione delle carriere e non ci si preoccupa della cronica lentezza burocratica ed operativa del sistema giudiziario italiano, scoppia l’ennesimo scandalo che di scandaloso ha solo il fatto che nessuno conoscesse il problema.

(Nella foto: il Generale Umberto Rapetto, membro del Comitato Scientifico di Federprivacy)

Parliamo della vicenda dei magistrati i cui computer erano raggiungibili e “visitabili” da chiunque –– tecnico interno, fornitore di applicazioni informatiche, specialista anche occasionale operante magari da casa o da un ufficio altrove – avesse accesso alla rete telematica del Ministero della Giustizia.

Invece di gridare indignazione mi permetterei di suggerire di strillare alla vergogna di non affrontato la questione prima che certe problematiche potessero emergere e magari evitando che queste potessero manifestarsi.

La vicenda somiglia per certi versi al tragico assassinio di La Spezia, quello che ha fatto scoprire che un coltello – oltre ad affettare il pane e la tagliare la carne . può uccidere. Coltelli ne troviamo in ogni cucina, così come determinati strumenti informatici altrettanto utili sono installati su una infinità di computer e non si rivelano pericolosi fino a che qualcuno se ne serve per “assassinare” la riservatezza del destinatario di una intrusione.

Si è parlato di “software spia” ma sarebbe più preciso far riferimentoa programmi nati – come i coltelli che il Governo guarda con terrore – con finalità radicalmente diverse e semplicemente congegnati per ottimizzare le attività di installazione, revisione, aggiornamento delle procedure hi-tech presenti su tutte le stazioni di lavoro di qualunque organizzazione.

In termini pratici stiamo riferendoci a quei software che permettono a chi gestisce sistemi informativi “estesi” (per numero di macchine e per dimensione geografica) di agire senza essere costretti a metter fisicamente mano su ciascun apparato. Sono i programmi che quotidianamente vengono adoperati da quelli che – a cominciare dai cosiddetti “help desk” – prestano assistenza agli utenti da remoto, ovvero collegandosi al computer dell’interessato prendendone il controllo da una scrivania dislocata chissà dove e occupata da chissà quale incaricato.

Di norma chi interviene in aiuto del soggetto che si ritrova bloccato chiede l’autorizzazione a chi è utente di quel dispositivo, costringendolo a dare il suo ok con la pressione di un tasto o con un clic del mouse. Ma se l’operazione da compiere non è “singola”, ma riguarda ad esempio l’aggiornamento di un software presente su tutti gli apparati in dotazione ad una azienda o ad una amministrazione, esiste la possibilità di intervenire d’imperio e apportare modifiche e integrazioni senza che l’utilizzatore finale debba o possa accordare il suo consenso. Questo significa che qualcuno può entrare in un computer anche senza farsi autorizzare da chi ne è il legittimo possessore…

La circostanza purtroppo non viene mai spiegata nella sua totalità e gli utenti si limitano a rallegrarsi della magica opportunità di venire soccorsi da un tecnico in qualunque momento e senza attendere che questo arrivi personalmente a risolvere il problema o a sbloccare il pc.

Il programma ECM/SCCM lo ha creato Microsoft con le stesse buone intenzioni dei produttori di posate da tavolo e utensili domestici che magari vedono poi i loro coltelli conficcati nel corpo delle vittime.

Nella brutta storia dei magistrati spiabili e spiati sono due gli elementi critici. Anzitutto la mancata informazione a donne e uomini in toga del rischio che un malintenzionato potesse virtualmente sedersi a fianco o dinanzi per curiosare, registrare, fare copie, eventualmente cancellare o far sparire. In secundis il non aver adottato precauzioni per evitare abusi e malefatte da parte di chi per i più diversi motivi avesse possibilità di fare quel che non doveva accadere ma che si sapeva poter succedere.

Il software in argomento non è installato solo in Procure e Tribunali, ma è presente in una infinita pletora di realtà pubbliche e private, dove si accumulano l’incapacità di committenza che porta scegliere interlocutori troppo scaltri e sovente tutt’altro che affidabili, l’ignoranza della pericolosità di certe architetture tecnologiche, l’assoluta incompetenza a gestire settori così delicati…

Si scoperchino i sarcofagi del passato e si eviti di seppellire quel che sta succedendo e che succederà. Si affronti la paura di esser costretti a sapere cosa è avvenuto e ci si impegni seriamente per il futuro…

di Umberto Rapetto (fonte: Giano News)

Note sull'Autore

Umberto Rapetto Umberto Rapetto

Ex Ufficiale della Guardia di Finanza, inventore e comandante del GAT (Nucleo Frodi Tecnologiche), giornalista, scrittore e docente universitario, ora startupper in HKAO. Noto come lo "Sceriffo del Web": un tipo inadatto ai compromessi. Fa parte del Comitato Scientifico di Federprivacy. Twitter @Umberto_Rapetto

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