Le nuove identità umane all’epoca della rivoluzione digitale
Non è un esercizio di stile filosofico, né un esperimento sociologico. È la realtà con cui ogni professionista della protezione dei dati deve fare i conti: oggi, ogni essere umano ha almeno tre identità. E tutte ruotano intorno ai dati, più o meno protetti, più o meno consapevolmente generati e messi a disposizione del web.

Partiamo da un dato certo e incontestabile: ogni essere umano ha una propria identità e una personalità alla cui base vi sono diritti inviolabili sanciti dalla Costituzione, dalle Carte dei diritti e dalle convenzioni internazionali. La libertà personale con quelle di pensiero e di espressione, la proprietà, la dignità, la privacy, quella intesa come diritto alla riservatezza, appartengono a questa figura originaria, la persona fisica, che resta il punto di partenza di ogni riflessione non solo giuridica.
Ma oggi questa persona fisica non è più sola. L’ambiente digitale ha dato origine a due personalità parallele, che agiscono accanto a lei, spesso a sua insaputa. E alla base di queste identità ci sono i dati personali.
Ognuno di noi possiede un’identità virtuale: un vero e proprio doppione digitale costruito attraverso il nostro comportamento online. Le navigazioni, i click, gli accessi, gli scroll e le interazioni contribuiscono a modellare una rappresentazione algoritmica dell’essere umano. Non è l’identità digitale in senso tecnico-amministrativo (SPID, PEC o accesso ai social o alla nostra banca), ma un profilo dinamico e predittivo, elaborato da algoritmi e intelligenze artificiali e destinato a sopravvivere alla persona stessa.
È un avatar che dice alla rete chi siamo, cosa ci interessa, come ci comportiamo. Ma non nasce da solo. A crearlo è un’altra identità: l’Homo Googlis, come lo definisco.
Questa figura è il risultato della simbiosi quotidiana tra l’essere umano e il suo dispositivo digitale. È l’io con il cellulare in mano, disabituato alla riflessione, abituato ad agire in risposta agli stimoli. Naviga compulsivamente, accetta termini senza leggerli, regala dati a piattaforme che lo profilano. Agisce secondo schemi imposti da un ecosistema tecnologico che ha ridefinito anche il concetto stesso di comportamento. Non è la macchina che si adatta a noi; piuttosto il contrario.
È una figura emersa lentamente più o meno da quando abbiamo fatto entrare il digitale nel nostro quotidiano prima con i personal computer, prima navigando e poi con l’avvento degli smartphone, per poi assistere all’ingresso della parola “googlare” nel linguaggio comune.
Non ci siamo resi conto che da quel momento la rivoluzione digitale ha fatto il passo decisivo in un futuro che ha cambiato l’essere umano.
Ma proprio perché figura intermedia, l’Homo Googlis sfugge alla nostra attenzione. Non è (ancora) un soggetto giuridico, ma produce effetti sulla persona fisica originaria ma ha una sua connotazione autonoma che genera conseguenze. È l’essere che vive una vita tra reale e virtuale andando a crea la proiezione digitale della nostra inconsapevolezza.
L’Homo Googlis non legge, scrolla. Non scrive, copia e incolla demandando sempre più al device le sue scelte, accettandole passivamente e limitandosi spesso al primo risultato che Google fa comparire sul suo monitor.
Vive in una continua accelerazione cognitiva e, nel farlo, alimenta quell’identità virtuale che lo rappresenterà, anche quando non sarà più connesso o più in vita.
È diverso dall’Homo Sapiens. Quest’ultimo rifletteva, analizzava, costruiva significato. L’Homo Googlis è immerso in un flusso informativo che non domina. Ne derivano vere trasformazioni psichiche e sociali: disturbi come la nomofobia, la FOMO, l’ansia da notifica o la dismorfia da filtro. Sintomi di una identità instabile, plasmata dal bisogno continuo di connessione e che non esistevano prima di Internet.
A ciò si aggiungono ricadute cognitive. La demenza digitale, teorizzata da Spitzer, descrive la progressiva atrofia del pensiero critico in favore dell’esternalizzazione della memoria. L’effetto Dunning-Kruger mostra come, nella rete, chi è meno competente spesso si sente il più informato. E l’effetto Flynn inverso segnala un declino dell’intelligenza media, probabilmente legato a un sapere sempre più frammentato e superficiale.
(Nella foto: l'Avv. Gianni Dell'Aiuto)
Anche l’analfabetismo di ritorno sembra sia una delle patologie più frequenti di questa evoluzione (?) dell’Homo sapiens che produce dati senza sapere di produrli, li distribuisce senza governarli, e costruisce inconsapevolmente un’identità virtuale che, a differenza della persona fisica, non ha ancora uno statuto giuridico, ma già esiste e agisce. E continuerà a farlo anche dopo di noi. Usato da chi?
E allora torniamo all’origine: tu, persona fisica, essere umano, soggetto con una volontà e una vita, oggi sei anche qualcos’altro. Hai accanto a te un doppione digitale, che vive nella rete grazie ai dati che produci. E sei, senza saperlo, quella terza identità: l’uomo connesso, distratto, trasformato. Homo Googlis.
La sfida per i giuristi e i professionisti della data protection è chiara: occorre un’estensione concettuale e normativa dei diritti della persona fisica all’identità virtuale e alle sue emanazioni, ma intanto, dobbiamo tutelarle per quanto possibile tutte. E già redigendo un’informativa dovremmo guardare oltre il dato normativo attuale e pensare ai tre individui che dobbiamo tutelare e dai quali dobbiamo difendere le aziende.
Il Regolamento UE 2016/679 (GDPR) ha compiuto un passo decisivo nel riconoscere la centralità del dato personale, ma resta sullo sfondo una domanda che, presto o tardi, esigerà risposta: chi proteggerà il nostro avatar, quando noi non ci saremo più?
Chi vigilerà sull’utilizzo postumo e perpetuo delle informazioni che abbiamo disseminato? Giuridicamente sono parte dell’eredità della persona fisica.
Quello che oggi chiamiamo profilazione domani potrebbe diventare rappresentazione post-identitaria, con implicazioni enormi: dal diritto all’oblio all’eredità digitale, dalla titolarità dei dati alla loro persistenza nel tempo.
È un problema di iure condendo, che richiede coraggio, visione e una nuova grammatica giuridica.
Nel frattempo, è nostro dovere accettare che queste tre identità esistono, coesistono e interagiscono. E che l’unica vera difesa, al momento, è la consapevolezza. Non per paura, ma per responsabilità. Verso noi stessi. E verso ciò che, di noi, resterà nella rete.







