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Il costo occulto per stare sui social

In questa rubrica ci siamo fatti anche noi portatori della “modesta proposta” (per dirla alla Jonathan Swift) di rendere i social a pagamento al fine di poterne contenere l'abuso. Il tema è aperto in vari Paesi del mondo (non da noi in realtà, principalmente in Usa e in Francia) dove se ne discutono i pro e i contro e la concreta fattibilità. In questo dibattito si è aperto un interessante tema collaterale: si parte dall'assunto che oggi i social sono gratuiti, ma lo sono davvero?

paghiamo un prezzo in termini di privacy per “stare” sui social

Per rispondere bisogna partire da una precisazione: gli utenti (cioè tutti noi) non sono i veri clienti dei social; i veri clienti sono invece le aziende che pagano la pubblicità e quelle che pagano per avere i (nostri) dati sulla rete. Per i social gli utenti-consumatori rappresentano più delle risorse naturali da cui estrarre ricchezza (i dati personali, i comportamenti) che non degli utilizzatori di servizi.

Da qui si può argomentare che seppure non paghiamo un prezzo esplicito per “stare” sui social esiste, ed è sempre più evidente, un costo occulto che è quello che scontiamo in termini di riduzione del livello della privacy. Difatti, siccome non li paghiamo direttamente, Facebook e soci sono poco incentivati a trattare i nostri dati con la cautela e con il rispetto dovuto. L'eventuale insoddisfazione degli utenti imbufaliti (vedi le reazioni al furto dei dati fatto da Cambridge Analytica attraverso Facebook) è molto meno temuta dai grandi gestori delle piattaforme che non quella dei clienti veri e propri (cioè quelli portano i soldi).

Al limite, garantire la totale (o comunque la più alta possibile) riservatezza dei nostri dati, rappresenta un ostacolo alla redditività dei social. La cui evoluzione nel tempo ha definito un modello di business che secondo Jaron Lanier (uno dei “grandi vecchi” del mondo della rete) ha ormai un solo vero obiettivo: «la modificazione a pagamento del comportamento di massa» (come è peraltro emerso con chiarezza nelle audizioni al governo Usa di poche settimane fa). Lanier si spinge a sostenere che, in questo scenario, dovrebbero essere addirittura i gestori dei social a pagare gli utenti per compensarli del tempo che dedicano loro e, soprattutto, per i dati che ottengono in questo modo. Questa proposta di Lanier, paradossale e affascinante, è chiaramente irrealizzabile.

Mauro Masi, Presidente di Consap, delegato italiano alla Proprietà intellettuale

Nella foto: Mauro Masi, Presidente di Consap, delegato italiano alla Proprietà intellettuale)

Potrebbe essere invece realizzabile (come si diceva all'inizio) l'idea di trasformare i social in servizi offerti in abbonamento. Ad esempio, è stato calcolato che Facebook potrebbe ottenere lo stesso fatturato che ha realizzato nel 2020 facendo pagare agli utenti un abbonamento molto basso, intorno ai 14 dollari l'anno. In teoria l'impianto potrebbe tenere ma perché l'idea possa avere uno sviluppo concreto bisognerebbe o avere una legge specifica in tal senso (ipotesi piuttosto complessa) o che i gestori delle piattaforme arrivino a considerare la situazione attuale troppo onerosa (ad esempio, perché vengano introdotte norme sempre più vincolanti sull'utilizzo dei dati personali) e autonomamente decidano di trasformare la natura dei social da piattaforma di condivisione a servizio; una soluzione che, oltre ad essere più trasparente e diretta, porterebbe un serie di vantaggi in vari campi (dalla privacy, alla legalità, al dibattito politico etc). Per ora, ne siamo lontanissimi.

di Mauro Masi (Italia Oggi del 4 dicembre 2021)

Note Autore

Mauro Masi Mauro Masi

Presidente di Consap, delegato italiano alla Proprietà intellettuale

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