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Mercoledì, 08 Settembre 2021 13:30

App e giochi si pagano con i dati personali

Sdoganato il pagamento con dati di servizi digitali. Il dato personale è ammesso come valuta che si può usare per acquistare programmi, applicazioni, contenuti digitali. È quanto si desume dalla direttiva europea 2019/770, per la cui attuazione il governo, in data 29 luglio 2021, ha approvato, in via preliminare, uno schema di decreto legislativo, ora all'esame del parlamento. La direttiva e il decreto legislativo italiano di recepimento, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2022, hanno l'obiettivo di stendere la rete di protezione per il consumatore di contenuti e programmi digitali, ma, nel contempo, descrivono schemi contrattuali, in cui si inserisce il dato personale come strumento di pagamento.

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Con una lettera a firma del Presidente Antonello Soro, l'Autorità Garante per la privacy ha posto all'attenzione del Comitato europeo per la protezione dei dati personali (Edpb) la questione relativa a "Weople", l'app che promette ai propri iscritti una remunerazione in cambio della cessione dei loro dati personali.

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Entro il 2023 gli utenti di internet saranno 5,3 miliardi, vale a dire il 66% della popolazione mondiale, e ogni persona avrà 3,6 device connessi. I dati del Cisco Annual Internet Report (2018 – 2023) rispecchiano una tendenza inevitabile e prevista da tempo, pertanto non sorprendono. Il risultato però cambia se a questi numeri si associano le statistiche relative alle attività quotidianamente svolte online. La fotografia fornita dalla società Domo rileva che nel 2020 ogni 60 secondi sono caricate su Facebook 147mila foto, condivisi su WhatsApp oltre 41 milioni di messaggi, postate quasi 350mila storie su Instagram, caricate 500 ore di video su YouTube.

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Da quando nel 2006 Clive Humby, data scientist e matematico inglese, coniò la celebre affermazione: “I dati sono il nuovo petrolio” (Data is the new oil), il mercato ha visto svilupparsi vari modelli di commercializzazione dei dati personali fondati su servizi di “infomediation”. Si tratta di business model nati negli Stati Uniti, dove gli erogatori del servizio (c.d. data companies o “infomediari”) mirano ad acquisire, in favore e per conto degli interessati, grandi quantità di dati personali presso aziende che li hanno raccolti a vario titolo (ad es. un supermercato che gestisce i dati personali acquisiti tramite le fidelity card), al fine di monetizzare questo patrimonio ed ottenere una remunerazione sia per l’interessato che per se stessi.

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I dati diventano moneta. Possono essere usati per comprare contenuti e servizi digitali. È quanto prevede il decreto legislativo, approvato in via definitiva dal consiglio dei ministri del 29 ottobre 2021, che attua la direttiva UE 2019/770, sui contratti di fornitura di contenuti digitali e di servizi digitali. Il dlgs aggiunge nuovi articoli (dal 135-octies al 135-vicies ter) al codice del consumo (dlgs n. 206 del 2005) e, nel recepire la direttiva europea, codifica quello che già avviene tutti i giorni sulla rete internet, e cioè lo scambio di beni (digitali) contro dati personali.

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Domenica, 05 Dicembre 2021 08:41

Il costo occulto per stare sui social

In questa rubrica ci siamo fatti anche noi portatori della “modesta proposta” (per dirla alla Jonathan Swift) di rendere i social a pagamento al fine di poterne contenere l'abuso. Il tema è aperto in vari Paesi del mondo (non da noi in realtà, principalmente in Usa e in Francia) dove se ne discutono i pro e i contro e la concreta fattibilità. In questo dibattito si è aperto un interessante tema collaterale: si parte dall'assunto che oggi i social sono gratuiti, ma lo sono davvero? Per rispondere bisogna partire da una precisazione: gli utenti (cioè tutti noi) non sono i veri clienti dei social; i veri clienti sono invece le aziende che pagano la pubblicità e quelle che pagano per avere i (nostri) dati sulla rete.

E’ passato quasi un anno dall’introduzione del Gdpr, l’ambiziosa normativa europea sulla privacy che aveva l’obiettivo di spostare l’ago della bilancia dalla parte dei cittadini, dando a questi maggiori diritti e la possibilità di riprendere il controllo dei propri dati personali da tanto tempo avidamente sfruttati dai colossi di Internet. Eppure, almeno fino ad oggi, di concreti giovamenti gli utenti ne hanno percepiti davvero pochi.

Un nuovo studio ha rivelato che gli utenti tedeschi di Facebook credono che il social network dovrebbe pagare 8 dollari al mese per avere il permesso di utilizzare le informazioni personali, mentre gli utenti statunitensi si accontenterebbero di soli 3,50 dollari al mese.

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Secondo la nuova ricerca realizzata da Kaspersky Lab , la condivisione dei dati online per ottenere vantaggi a breve termine sta lasciando i consumatori sempre più esposti ai rischi. Nonostante l’indignazione e la preoccupazione scatenati da alcuni scandali di grande rilevanza legati alla condivisione dei dati (incluso il caso di Facebook, che ha concesso a Netflix e Spotify la possibilità di cancellare i messaggi privati degli utenti ), più della metà degli utenti che utilizza Internet (56% a livello globale, 63,5% in Italia) ritiene che avere una privacy totale nel mondo digitale attuale sia impossibile.

Pare che Google stia ricorrendo a metodi discutibili per migliorare e allenare rapidamente i suoi algoritmi di riconoscimento facciale. Secondo quanto riportato da ZDNet, infatti, è emerso che alcuni dipendenti Google stiano girando per le strade di New York con l'intento di analizzare il volto dei passanti che accettano volontariamente di partecipare all'iniziativa.

Big Data e Internet of Things, gli esperti ne parlano al CNR di Pisa

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