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L’82% delle aziende investe sull’AI ma mancano gli esperti, e i professionisti della protezione dei dati non afferrano l’opportunità

Secondo i dati pubblicati da Deloitte nel report “State of AI in the Enterprise 2026” l’82% delle aziende italiane prevede di incrementare gli investimenti sull’intelligenza artificiale entro il prossimo anno, e il 92% di queste si attende benefici concreti in termini di produttività già entro pochi mesi. Eppure, nonostante entusiasmo e investimenti, c’è un problema di non poco conto: mancano le competenze necessarie per governare questi complessi strumenti.

Infatti, lo stesso rapporto rivela che quasi la metà (49%) dei 3.000 top manager intervistati ravvisa che la prima barriera all’adozione dei sistemi di AI agentica è proprio la carenza di talenti e competenze adeguate, che allo stato attuale sono un bene raro nel mercato del lavoro.

Le aziende spendono per acquistare software, piattaforme e servizi di intelligenza artificiale, ma faticano a trovare esperti di data governance in grado di gestire l’AI in modo efficace e sicuro in conformità alla normativa vigente. In pratica, è come se una scuderia automobilistica decidesse di investire ingenti risorse economiche per dotarsi di macchine all’avanguardia con motori potentissimi, ma non trovasse poi piloti capaci di guidarle.

Eppure, se come è ormai noto l’intelligenza artificiale si nutre di dati, i candidati ideali dovrebbero trovarsi tra quelle migliaia di professionisti che per mestiere quei dati si occupano da anni di gestirli e proteggerli in modo efficace, a partire dai Data Protection Officer e i Privacy Manager.

Ma purtroppo attualmente non è così, perché nel corso degli anni molti professionisti della protezione dei dati si sono fossilizzati in un approccio burocratico mirato alla conformità normativa, e pochi di loro hanno potuto o voluto afferrare prontamente l’opportunità di estendere le loro competenze anche all’intelligenza artificiale.

Gli stessi manager d’impresa che ora annaspano per trovare talenti e competenze adeguate per gestire l’AI, sono spesso i medesimi che per anni hanno snobbato la compliance al GDPR considerandola un costo superfluo, pensando di fare bene a tagliare i budget della formazione dei loro esperti, senza rendersi conto che così facendo si stavano tirando la zappa sui piedi, frenando la crescita delle loro proprie risorse umane, che ora avrebbero potuto essere qualificate anche sui temi dell’intelligenza artificiale.

Se aziende italiane e professionisti si trovano così in difficoltà sull’adozione dell’AI a causa della scarsità di competenze, un’inversione di marcia è comunque ancora possibile, ma occorre investire urgentemente su percorsi di formazione idonea ad acquisire il know-how necessario per la governance dei dati gestiti tramite sistemi di intelligenza artificiale.

Ovviamente, la realizzazione di progetti di intelligenza artificiale richiede competenze multidisciplinari, e un Data Protection Officer o un Privacy Manager non possono diventare tuttologi, ma è innegabile che essi si trovano in una posizione di vantaggio per la loro conoscenza specialistica del GDPR e delle prassi in materia di protezione dei dati, per cui se venissero messi in condizione di integrare il loro profilo di partenza con ulteriori skills potrebbero indubbiamente diventare un prezioso tassello all’interno di un team di esperti di AI.

(Nella foto: Nicola Bernardi, Presidente di Federprivacy)

Un Data Protection Officer nell’era dell’intelligenza artificiale non può più permettersi di fungere da mero burocrate, ma deve anzitutto acquisire un’alfabetizzazione tecnica su aspetti come machine learning, data governance, cybersecurity, bias, addestramento di modelli come gli LLM (Large Language Model), nonché logiche e limiti degli algoritmi per valutare i rischi sui diritti delle persone come richiesto dal GDPR e dall’Artificial Intelligence Act, arricchendo inoltre il proprio background tecnico con un approccio etico.

Con l’AI, i professionisti della protezione dei dati sono quindi chiamati ad evolversi in una sorta di Data Manager, mentre rimanere ancorati alla vecchia concezione di una privacy burocratica sarebbe solo un errore strategico che, non solo farebbe perdere loro un’opportunità a portata di mano, ma li relegherebbe rapidamente ai margini del mercato del lavoro.

Invece, quelle aziende che non riescono a trovare l’esperto di data governance di cui hanno bisogno per gestire i loro progetti di intelligenza artificiale, farebbero bene a guardarsi intorno, per scoprire magari che la preziosa risorsa che cercano affannosamente potrebbero averla già nel proprio organico con un semplice upgrade per integrare le sue skills.

di Nicola Bernardi, Presidente di Federprivacy (Fonte: Economy Marzo 2026)

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Note sull'Autore

Nicola Bernardi Nicola Bernardi

Presidente di Federprivacy. Consulente del Lavoro. Consulente in materia di protezione dati personali e Privacy Officer. @Nicola_Bernardi

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