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La richiesta del green pass non comporta la violazione della riservatezza dei dati sanitari. Lo ha stabilito la Terza sezione del Consiglio di Stato (Pres. Lipari; Est. Fedullo) con l'ordinanza n. 5130 depositata il 17 settembre 2021, respingendo l'appello sollevato da quattro cittadini italiani nei confronti dell'ordinanza cautelare del Tar Lazio n. 04281/2021, che a sua volta aveva dato loro torto.

Problemi di riservatezza sul green pass al lavoro. Il Garante della Privacy ha segnalato a Parlamento e Governo alcune criticità, in merito alla possibilità che il lavoratore consegni copia della certificazione verde al datore di lavoro.  Le possibili falle nella normativa in fatto di riservatezza dei dati personali sono contenute in una comunicazione firmata dal presidente dell'autorità Pasquale Stanzione:

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È del 20 aprile l’annuncio del governatore dell’Alto Adige relativo al c.d. green pass altoatesino. Tramite un’applicazione per gli smartphone, attraverso scansione di un codice QR che permetterà di evincere se il consumatore “sia o meno immune”, si avrà accesso in determinati luoghi. E la privacy? "La privacy è garantita perché il ristoratore vede solo che il cliente è immune e non se è guarito, vaccinato oppure semplicemente testato" così ha risposto testualmente l’Hauptmann altoatesino (fonte Ansa).

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In queste convulse giornate, dal mondo delle aziende, sta emergendo un tema inedito. Numerosi datori di lavoro si sono attrezzati con misure “fai-da-te” interne, volte, in qualche modo, ad un tentativo di contenere l’emergenza epidemiologica.

Il datore di lavoro può rilevare la temperatura corporea di dipendenti, fornitori, clienti all’ingresso della propria sede? E può rendere nota l’identità di un lavoratore contagiato ai colleghi? La scuola può comunicare alle famiglie degli alunni l’identità dei parenti di studenti risultati positivi al Covid-19? Gli enti locali possono pubblicare i dati dei destinatari dei benefici economici? Le aziende sanitarie, le prefetture, i comuni possono diffondere, attraverso siti web o altri canali, i nominativi dei casi accertati di Covid-19 o dei soggetti sottoposti alla misura dell’isolamento?

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L'associazione "Persone & Privacy" ha annunciato di aver avviato un servizio, interamente gratuito, di informazione e assistenza in materia di "privacy ed emergenza Coronavirus" a disposizione di datori di lavoro, pubbliche amministrazioni, responsabili della protezione dei dati, uffici privacy, consulenti privacy, uffici del personale, consulenti aziendali, associazioni di categoria, lavoratori e loro associazioni.

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Le risposte date lo scorso 21 aprile dal ministro Paola Pisano sulla app ‘Immuni’ “non sono completamente allineate con altre dichiarazioni espresse nella stessa giornata, in particolare da parte del Commissario Straordinario Domenico Arcuri”. E’ quanto scrive ANORC (Associazione Nazionale degli Operatori e Responsabili della Custodia dei contenuti digitali) in una lettera inviata oggi proprio al ministro per l’Innovazione a cui si chiede di fare chiarezza su alcuni punti per “garantire un pieno processo di trasparenza che dovrebbe essere alla base di quel patto collettivo che si richiede in questi giorni al popolo italiano, in modo che si possa sperare di raggiungere in futuro la soglia del 60-70% di diffusione necessaria per garantire l’efficacia dell’app Immuni”.

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La geolocalizzazione, quale misura di prevenzione del contagio da Covid-19, è possibile, ma solo a tre condizioni: deve avere una base giuridica normativa; deve rispettare i principi di proporzionalità; deve essere garantito il diritto di difesa in via giudiziale. Questa la sintesi della dichiarazione ufficiale del Comitato Europeo per la protezione dei dati (Edpb), che è intervenuto il 16 marzo 2020 con una dichiarazione ufficiale del presidente Andrea Jelinek, il quale ha indicato i parametri generali per bilancio l’interesse alla salute pubblica e il diritto alla protezione dei dati personali.

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Perché i trattamenti di dati personali effettuati nell’ambito dell’utilizzo delle certificazioni verdi di cui al decreto legge del 22 aprile 2021, n. 52 possono violare il GDPR? Prima di addentrarci nelle questioni tecniche alcune considerazioni che ancora una volta denotano la scarsa attitudine ad affrontare i problemi con un approccio olistico, trascurando aspetti fondamentali che alla fine fanno solo perdere tempo a chi lavora con impegno e professionalità e fanno ulteriormente perdere credibilità ai proponenti.

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Il datore di lavoro può offrire ai propri dipendenti, anche sostenendone in parte i costi, l’opportunità di effettuare i test sierologici, ma non può imporli. L’accertamento sanitario deve essere una scelta del dipendente oppure deve essere il medico a chiederlo. L’indicazione arriva dal Garante della privacy ed è particolarmente utile in un momento di riapertura delle attività produttive. Il chiarimento è stato fornito dall’Autorità sotto forma di Faq, delucidazione che si va ad aggiungere a quelle che il Garante aveva già dato qualche settimana fa.

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Il Gdpr per far decollare economia digitale

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