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Utilizzare le app per tenere traccia dei farmaci o cercare i sintomi della tua ultima misteriosa malattia potrebbe essere conveniente. Ma un nuovo studio di questa settimana evidenzia i rischi nascosti per la privacy di collegare informazioni sensibili sulla salute al tuo smartphone. Vale a dire che le app mediche amano raccogliere i dati, ma a volte non è chiaro cosa ci stanno facendo e con chi li condividono.Ricercatori in Canada, Stati Uniti e Australia hanno collaborato allo studio, pubblicato mercoledì nel BMJ.

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La tutela del dato sensibile prevale sulla trasparenza amministrativa. La Corte di cassazione (sentenza 9382) ha accolto il ricorso del Garante della privacy, contro la sentenza del Tribunale che aveva “salvato” la provincia di Foggia sanzionata dall'Authority per 20 mila euro, per aver diffuso notizie sullo stato di salute di un dipendente. Inutile per l'amministrazione chiarire che per l'illecito, nel caso ci fosse stato, rispondeva il dirigente del servizio.

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Ci vuole la valutazione di impatto privacy per trattare in maniera sistematica dati sanitari dei lavoratori. Se, poi, le persone sono profilate con un algoritmo che predice il comportamento degli individui ci deve essere un quadro rafforzato di garanzie: sul periodo di conservazione, sulle informazioni ai lavoratori, sulla proporzionalità dei dati raccolti, sulle modalità di esercitare i propri diritti.

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Dati sanitari a fini di ricerca, rating sulla solvibilità delle imprese, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing. Sono questi i settori sui quali nei prossimi mesi punterà la sua lente il Garante per la protezione dei dati personali contenuti nel piano ispettivo per il primo semestre 2018 approvato nelle scorse settimane.

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Se finora gli attacchi hacker sembravano quasi tutti concentrati verso il sistema bancario e finanziario, con la plausibile spiegazione di una maggiore facilità di monetizzare le informazioni trafugate riguardanti carte di credito e credenziali di accesso ai conti online degli utenti, recentemente pare che le informazioni sanitarie rappresentino la nuova frontiera del grande business (lecito e illecito) dei dati.

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Per il Fascicolo sanitario elettronico (Fse), il dossier sanitario elettronico e la refertazione online ci vuole il consenso dell'interessato. Sono alcune delle precisazioni fornite dal Garante della privacy (provvedimento n. 55 del 7/3/2019) a proposito dell'applicazione in ambito sanitario del regolamento Ue sulla protezione dei dati n. 2016/679.

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Istituti di credito, sanità, sistema statistico nazionale (Sistan), Spid, telemarketing, carte di fedeltà, grandi banche dati pubbliche. Sono questi i settori sui quali nei prossimi mesi punterà la sua lente il Garante per la protezione dei dati personali contenuti nel piano ispettivo per il primo semestre 2019 approvato nelle scorse settimane.

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I medici potranno trattare i dati dei pazienti, per finalità di cura, senza dover richiedere il loro consenso, ma dovranno comunque fornire loro informazioni complete sull’uso dei dati. Il medico che opera come libero professionista non è tenuto a nominare il Responsabile della protezione dati. Tutti gli operatori del settore dovranno tenere un registro dei trattamenti dei dati.

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In condizioni normali, ovvero quando il paziente sia in grado di intendere e volere, il medico può comunicare le informazioni sullo stato di salute solo al diretto interessato, nonchè ad altre persone per le quali lo stesso paziente abbia dato espressamente il permesso, firmando un documento contenente l’elenco delle persone per le quali egli concede l’autorizzazione a far conoscere le informazioni sulle sue condizioni di salute.

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La Guardia di finanza può farsi una copia dell'hard disk del professionista con i dati sensibili dei clienti senza una specifica autorizzazione. Le Entrate, di conseguenza, possono fondare l'accertamento su quei dati. La Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 6486 del 6/3/2019, ha respinto il ricorso di un odontoiatra al quale erano state replicate, in sede di verifica, le lastre dei pazienti e le schede clienti.

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Le novità del Regolamento UE 2016/679: il Data Protection Officer

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